Vittorio Emanuele II: il Re galantuomo

Re Vittorio Emanuele II

Re Vittorio Emanuele II

Vittorio Emanuele II fu l’ultimo re di Sardegna e il primo re d’Italia. E’ stata, senza dubbio, una delle figure tra le più caratteristiche del Risorgimento italiano, cui dedicò effettivamente attività e passione, nacque da Carlo Alberto di Savoia-Carignano Asburgo-Lorena di Toscana. Fin dalla giovinezza fu ostile all’Austria e si dimostrò fautore della guerra, partecipando valorosamente alle campagne del 1848 (dove a Goito si conquistò la medaglia d’oro) e del 1849. Sposò la cugina Maria Adelaide d’Austria nel 1842, e successe al trono paterno la tristissima sera della “fatal Novara” il 23 marzo 1849.

I primi anni di Vittorio Emanuele II

Fu un esordio difficile nell’affannoso momento in cui i repubblicani e i federalisti alimentavano verso casa Savoia le più accese diffidenze. Sennonchè quest’uomo rude, più avezzo alla franchezza militaresca che alle finezze di corte, dimostrò subito dal suo primo incontro con Radetzsky, nel convegno di Vignale, un notevole senso di fermezza e di raro equilibrio che, applicato poi anche ai rapporti interni, gli permisero di affrontare la situazione e di stabilizzarla, mantenendo piena fede allo Statuto, in ciò aiutato dalla felice scelta di uomini del governo, a cominciare da Massimo D’Azeglio; si iniziava così il cosiddetto decennio di preparazione che tanta importanza doveva avere nella storia d’Italia. Pur con qualche dubbio, Vittorio Emanuele II affidò nel 1852 la presidenza del Consiglio a Camillo Cavour, e si realizzò un binomio fortunato per le sorti d’Italia, in cui l’impulsività del sovrano bene si adattava alla fredda decisione dello statista. Nel re, un’istintiva fiducia faceva si che egli si rassegnasse senza palesi recriminazioni a orientamenti personalmente non troppo sentiti: così  per la politica anticlericale derivata dalla formula “libera Chiesa in libero Stato”, mentre appariva meglio convinto per la spedizione in Crimea del 1855 e per l’alleanza tra il Piemonte e la Francia, che avrebbe condotto alla guerra vittoriosa, non essendo insensibile, come egli disse ” al grido di dolore” che verso di lui si levava dall’Italia. L’armistizio di Villafranca lo mise in disaccordo col Cavour che si dimise, ma il non aver respinto il trattato con la Francia fu una riprova della sua lealtà; ed altre testimonianze del suo sincero amor patrio furono i rapporti allacciati con Garibaldi e, in seguito, con Giuseppe Mazzini, i cui sentimenti repubblicani erano ben noti.

Le gloriose giornate del Re galantuomo

Ritornato al governo il Cavour dopo la sua morte, Vittorio Emanuele II si trovò ancora ad essere spettatore di tempi calamitosi: aspre divisioni fra i partiti al Parlamento, la questione di Roma e quella di Venezia, la dolorosa decisione di Aspromonte, la convenzione di settembre e, infine, il trasferimento a Firenze della capitale d’Italia amareggiarono certo l’animo del Sovrano, che dimostrò comunque di aver sempre dinanzi, più che gli interessi della sua casa, l’alta visione unitaria di un’Italia concorde e operosa. Visse poi le radiose giornate della conquista di Venezia e di Roma che lo ripagarono delle tristi ore di Custoza e di Mentana; e ben a ragione egli potè affermare nella prima convocazione del parlamento nell’Urbe: “L’opera a cui consacrammo la nostra vita è compiuta”. Altre prove di saggezza, Vittorio Emanuele II le diede negli ultimi anni del suo regno quando, fedele al suffraggio popolare, affidò il potere al Depretis, capo della sinistra parlamentare. Figura esuberante e fervida, Vittorio Emanuele II conserva intatte le simpatie che la storia gli ha concesso vivente, nè appare ipocrita adulazione ma attributo meritato l’appellativo di “Re galantuomo” che gli fu dato da Massimo D’Azeglio.

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