Socialismo e dintorni, cosa rimane del pensiero di sinistra

È difficile oggi parlare concretamente di socialismo, senza venire tacciati di nostalgia o peggio di arretramento culturale. E in effetti il socialismo, così come le altre grandi ideologie del passato, sembrano appartenere a un mondo che non c’è più: quello delle fabbriche, della produzione, che pure permangono anche se sono aumentati a dismisura i servizi.

Ma a parte le considerazioni sociologiche sul lavoro, cosa rimane di quel pensiero? Una grossa eredità è rappresentate dai partiti socialdemocratici. Il Partito Socialista Francese tuttora al governo e che esprime il presidente, è appartenente a quest’area, come il PD italiano, il più grande partito di centrosinistra europeo.

Nel ‘900 però le correnti di pensiero di sinistra si ancoravano intorno a interpretazioni particolari del socialismo, come il comunismo, il maoismo e appunto la socialdemocrazia, di derivazione nordica o comunque ispirata ai principi del partito socialdemocratico tedesco, protagonista già all’inizio dei primi anni del ‘900 della lotta politica.

Il socialismo nel tempo si è diramato in più direzioni, diventando un’idea astratta quasi che pure ha occupato l’agenda politica per due secoli. Quello che comunque accomuna tutte le ideologie di sinistra è che l’uomo è un animale sociale e cooperativo, che dovrebbe correggere la società o organizzarla in modo che a un certo punto vi sia la redistribuzione della ricchezza, perché gli oggetti, le proprietà non sono in astratto appartenenti a un solo individuo, ma a una comunità. Le sfumature circa l’interpretazione di questo pensiero danno luogo alle diverse ideologie.

La fonte ispiratrice del socialismo si dice che sia il Marxismo, che pure è il padre putativo delle idee comuniste. In realtà esistevano teorie socialiste utopiche anche prima di Marx, che però muove una critica allo stato capitalista, sulla base delle trasformazioni indotte dalla rivoluzione industriale. Il comunismo quindi diventa un’ideologia totalitaria nella quale l’organizzazione del lavoro e la creazione di un partito unico dei lavoratori, che li porti a governare se stessi intorno a dei principi di uguaglianza (e all’abolizione della proprietà privata), dando così un ruolo centrale allo Stato, che non è altro che uno strumento nelle mani del partito dei lavoratori. Queste impostazioni come si sa hanno trovato una feconda applicazione nella Russia zarista, trasformata poi nell’unione dei soviet, e in Cina (e in paesi minori come Vietnam, Cuba, Corea del Nord). In questi casi si parlava di “socialismo reale” anche se i principi posti in essere erano quelli propri del comunismo.

In Cina Mao Zedong aveva propostola via cinese al comunismo, dovuta al fatto che il suo paese era principalmente rurale e non industrializzato e pertanto andava governato in maniera differente, rispetto all’URSS. Come si sa i paesi in cui vige il socialismo reale hanno fatto grandi passi indietro. La Russia è tornata ad essere un paese capitalista negli anni ’90, al Cina fin dall’epoca di Deng ha applicato dei principi capitalistici nelle zone speciali, aprendo l’economia ai privati e agli investimenti stranieri e ponendo le basi per una crescita vertiginosa. Lo stesso sta avvenendo in Vietnam, dove l’economia privata e gli investimenti sono sempre più sollecitati. Ciò che rimane di fatto è il partito unico al potere, quindi senz’altro queste società possono essere definite comuniste, ma a loro modo, con numerose sfumature ed eccezioni. Queste trasformazioni stanno avvenendo anche a Cuba, dove con lo svanire di Fidel Castro e il potere nelle mani del pur anziano fratello Raul, si sta indubbiamente abbandonando un sistema, in modo progressivo per un altro.

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