Quanto conta il Presidente della Repubblica

La Costituzione della Repubblica Italiana parla chiaro: il Presidente della Repubblica è il capo delle Forze Armate e il garante dell’unità nazionale. A questa specifica figura istituzionale, la più importante di tutte, è dedicato il titolo II della Parte Seconda, Ordinamento della Repubblica.

L’art. 83 Cost. specifica la modalità di elezione del presidente, eletto attraverso un voto congiunto di Camera e Senato più i rappresentanti regionali.

L’art. 84 Cost. spiega chi può diventare presidente della repubblica, ovvero un qualsiasi cittadino anche privato e non parlamentare, purché goda di tutti i diritti civili e politici e abbia compiuto 50 anni al momento dell’elezione. Non deve quindi aver subito condanne che lo hanno di fatto privato dei diritti attivi e passivi (di voto o di incarico presso un pubblico ufficio).

L’art. 85 Cost. parla della durata del mandato presidenziale e di cosa fare una volta che il suo mandato finisce. Dura 7 anni e l’elezione del nuovo presidente avviene 30 giorni prima della scadenza del termine. I poteri del presidente della repubblica possono essere prorogati nel caso in cui le Camere siano state sciolte. Ciò significa che il presidente può essere eletto solo da Camere nella pienezza dei poteri.

Le funzioni del Presidente della Repubblica

L’art. 86 ci spiega le funzioni e la vera importa importanza del Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento. Il vice presidente della Repubblica con funzioni di vicario è il Presidente del Senato, che copre l’incarico ogni qualvolta il Presidente non possa adempiere alle sue funzioni.

L’art. 87 definisce il ruolo e il compito del Capo dello Stato (va notato che è l’articolo dove proprio il presidente viene definito come tale, cioè come figura di vertice del nostro ordinamento istituzionale). Egli rappresenta l’unità nazionale. Cioè rappresenta l’Italia come stato e come nazione, come massimo rappresentante. E con la sua presenza è tenuto a difendere l’unità territoriale del paese.

Invia messaggi alle Camere. I messaggi non sono rituali, sono anzi piuttosto rari come è consuetudine perché il presidente non può interferire con l’attività degli altri due poteri, quello esecutivo (il Governo) e quello legislativo (il Parlamento). Ma può farlo in virtù dei suoi poteri per sensibilizzare il Parlamento a prendere decisioni o affrontare una tematica particolare, solitamente delicata e di interesse generale.

È il Presidente che indice le elezioni, spetta a lui sciogliere le camere e fissare la prima seduta delle nuove Camere.

Senza la firma del Presidente della Repubblica non possono essere promulgate le leggi pubblicate dalla Gazzetta Ufficiale e che fanno parte del nostro ordinamento. Può autorizzare la presentazione, da parte del Governo alle Camere, dei disegni di legge (DDL), che la costituzione differenzia, nella terminologia, dalle proposte di legge del Parlamento e dai progetti di legge che spesso attengono alle riforme costituzionali.

Tra gli altri poteri: la nomina di funzionari quando gli spetta per legge, presiede a titolo onorifico (non partecipa quasi mai alle sedute) il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo di autogoverno del potere giudiziario.

Spetta al Presidente accreditare presso il nostro ministero degli esteri le rappresentanze diplomatiche straniere e ratificare i trattati internazionali, anche quando occorre l’autorizzazione delle Camere, che rimangono l’organismo principale e più importante del nostro ordinamento (il Parlamento).

Dal punto di vista della giustizia può concedere grazia e commutare le pene, quando ve ne siano i requisiti o qualche condannato ne abbia fatto richiesta. Conferisce anche le onorificenze.

Infine è il capo delle forze armate e presiede il Consiglio Supremo di Difesa, che riunisce le istituzioni di vertice in ambito militare, volto alla difesa del territorio nazionale, nonché necessario per ogni missione all’estero.

Importanza politica del Capo dello Stato

La figura del Presidente della Repubblica è cresciuta di importanza con la fine dei partiti tradizionali che hanno fatto parte della cosiddetta Prima Repubblica. A partire dalla presidenza di Oscar Luigi Scalfaro, ma già con qualche anticipo dovuto alle picconate di Francesco Cossiga, la figura è divenuta sempre più centrale.

Il ruolo di tradizionale “passacarte”, come era prima di questi avvenimenti, non è più proponibile oggi in una situazione fluida. Dopo Scalfaro abbiamo avuto la presidenza Ciampi, che ha operato solo con “governi politici” e non ha pertanto avuto a che fare con le instabilità del sistema che abbiamo conosciuto anche con Napolitano, quando è crollato il governo Berlusconi nel 2011 a causa della crisi finanziaria del paese.

La figura di Napolitano è stata così centrale e autorevole nel sistema politico, che è stato eletto per un secondo mandato, unico caso nella storia repubblicana. Mattarella invece si è trovato a gestire per ora solo governi politici a guida PD (Renzi e Gentiloni).

Il capo dello stato, se è influente, autorevole, può determinare la creazione di nuove alleanze o stabilire l’agenda politica, al solo scopo di evitare stalli politici. Essendo terzo e garante non può schierarsi da una parte ma grazie alla sua influenza può esercitare la cosiddetta “moral suasion” al fine di convincere le forze politiche a mettersi d’accordo, oppure a fare o non fare una determinata cosa. Il governo Letta, per esempio, ma anche quello Monti, sono nati proprio in seguito all’enorme capacità di influenza posseduta da Napolitano in un sistema debole. Il sistema attuale, con le elezioni del 4 marzo 2018, ha comportato l’elezione di un parlamento nel quale non c’è una maggioranza assoluta. Questi poteri non sono previsti dalla costituzione formale, ma da quella sostanziale: di fatto il Presidente ha l’obbligo costituzionale di trovare un Governo, fintanto che c’è una maggioranza in Parlamento disposta a sostenerlo. Questo perché è il parlamento ad essere centrale e non il capo dello stato. Durante le fasi di formazione del Governo è il Presidente che, secondo il dettato dell’art. 92, procede alla nomina dei ministri firmando i relativi decreti, dopo la proposta del Presidente del Consiglio dallo stesso nominato. Il Presidente usa di fatto i suoi poteri per avallare o meno la nomina dei ministri, se ritiene che vi siano motivi di opportunità istituzionale e che la nomina degli stessi porti un pregiudizio alla compagine statale o all’integrità dell’assetto costituzionale.

Nella storia più recente Scalfaro bloccò la nomina di Previti a Ministro della Giustizia; il presidente del consiglio di allora, Berlusconi, lo spostò alla Difesa. Napolitano bloccò la nomina di Maroni a ministro dell’Interno, in quanto inquisito in un procedimento giudiziario relativo ai poteri dello stato. Lo stesso Napolitano bloccò il tentativo di Renzi di nominare Niccolò Gratteri, il PM famoso per le sue inchieste sulla ‘ndrangheta, a ministro della Giustizia in quanto magistrato inquirente. Mattarella ha bloccato la nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia del fallito governo Conte, perché ha ritenuto pericolosa per il nostro paese la nomina di un ministro non politico che ha steso dei piani particolareggiati per uscire dall’euro (il che provocherebbe, sempre a leggere Savona e secondo Mattarella, il default del nostro paese gravato da un enorme debito pubblico, con conseguenze disastrose sulle economie delle famiglie e delle aziende).

Per questo motivo, pur essendo una personalità prudente ed equilibrata, è normale attendersi una certa influenza da parte di Sergio Mattarella nella formazione del nuovo governo.

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