I problemi dell’Italia unificata

unificazione-italia-150Cavour, immediatamente dopo la realizzazione dell’Unità d’Italia e poco prima della sua morte, fu molto realistico nel dare un giudizio sul grande percorso storico appena compiuto: bisognava, nelle sue parole, “fondere insieme gli elementi che la compongono. tutto questo presenta le stesse difficoltà di una guerra contro l’Austria”. L’Italia era unita, ma la divisione era totale nelle sue componenti essenziali e molti dei problemi antichi non erano mai stati risolti, mentre di nuovi e quasi irrecuperabili se ne presentavano ogni giorno. Con la proclamazione ufficiale del regno unitario si portava a conclusione la fase eroica del Risorgimento, quella delle lotte e delle battaglie, degli ideali e dei moti, delle rivolte e delle vittorie. Ora si apriva una pagina nuova, non meno esaltante, per chi avesse voluto finalmente mettere in atto parte delle visioni che lo avevano accompagnato durante le guerre contro gli austro-ungarici. C’erano enormi problemi infrastrutturali: le vie di comunicazione andavano ammodernate e ripensate per uno stato più grande, ma con un’orografia ostile; l’edilizia scolastica andava totalmente inventata, insieme ai programmi d’istruzione di massa, le finanze languivano, bisognava darsi da fare per unire la moneta e i sistemi di misura e di peso.

Le difficoltà maggiori però derivavano dal fatto che la costruzione dello stato unitario era stata fatta da una lite borghese liberale e da giovani studenti, spinti dall’ideale romantico che si era diffuso in Europa. La classe della borghesia che andava formandosi, insieme a un ritardatario proletariato, non era stata che ai margini del processo. La maggior parte della popolazione formata dalla grandi masse contadine aveva assistito del tutto indifferente ai moti di unificazione, anzi spesso subendo decisioni che le riguardavano. L’Italia, almeno territorialmente, era stata unificata. Il sentimento che circolava era quello bene descritto dalla famosa frase di Massimo D’Azeglio, che affermò: “l’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani”. La frase di D’Azeglio sottintendeva probabilmente un’idea morale e formativa, ma rifletteva bene anche nello stato delle cose la situazione reale del paese. Di italiano in Italia nel 1861 c’era ben poco e a D’Azeglio non era sicuramente estraneo il profondo divario esistente tra il Nord, che iniziava il suo lungo e florido percorso di industrializzazione, e il Meridione ancora profondamente agreste, contadino e poco sviluppato.

In questo periodo dunque si opposero due tendenze miranti entrambe a organizzare lo stato. Da un lato una visione regionalista, che fosse rispettosa del secolare campanilismo italiano, basata su un funzionale decentramento dei poteri alle autorità locali, ritenute più idonee a conoscere le zone e le necessità dei luoghi. Prevalse l’altra ipotesi, quella accentratrice e burocratica di ispirazione francese, che vide la divisione in province amministrate da prefetti di nomina regia e in Comuni, con proprio sindaco e consiglio comunali. Le regioni videro il loro primo riconoscimento solo con una grande riforma oltre cento anni dopo l’Unificazione.

(Visited 107 times, 1 visits today)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *