Perché l’Italia entrò in guerra nel 1915

Sia nel corso della prima guerra mondiale e delle seconda ben più grave l’Italia è scesa in campo un anno dopo lo scoppio effettivo del conflitto, anche se nel 1939 le operazioni si limitarono essenzialmente al fronte polacco. Ma come mai, pur partendo in ritardo, l’Italia ha preso parte a questi due conflitti deflagranti e quali sono state le conseguenze maggiori.

La prima guerra mondiale

guerra1915Nel 1914 la prima guerra mondiale, chiamata comunemente Grande Guerra, si propagò per effetto delle logiche di alleanza sviluppate nel tardo Ottocento e protrattesi lungo uno schema di volontà di potenza che vedeva le nazioni trasformarsi in imperi. In particolare alla vigilia della Grande Guerra le nazioni più giovani erano stanche degli equilibri europei. In particolare la Germania nata dall’unificazione susseguente alla grande vittoria del 1870-1871 si mostrava insofferente nei confronti della Francia e della Gran Bretagna, che nel frattempo avevano accumulato territori ricchi in Medio Oriente, Africa e Asia. C’era la convinzione che il rapporto di forze reale non si riflettesse nella scacchiera diplomatica. La Germania era diventata la seconda potenza economica del pianeta dopo gli Stati Uniti e ambiva ad acquisire una posizione di potenza confacente al suo nuovo status economico. La strada da intraprendere era duplice: pareggiare l’Inghilterra nella flotta, il che innescò una corsa agli armamenti e al tonnellaggio (anche nella marina commerciale, come dimostra il varo del Titanic in risposta ai tedeschi); ingaggiare una lotta di nervi con la Francia per costringerla a rivedere i propri ambiti coloniali. In questa direzione la Germania non ambiva a uno spazio vitale propriamente detto, ma il concetto era quasi simile, essendo nel vivo i una esplosione demografica.

L’irredentismo e la continuazione del Risorgimento

Antonio Salandra, presidente del Consiglio nel 1915.
L’equilibrio si ruppe per il semplice motivo che le due principali alleanze avevano stabilito dei patti di mutuo soccorso. Nel caso della vicenda dell’assassinio di Sarajevo del principe ereditario austriaco, la mobilitazione era una conseguenza del tradizionale patrocinio russo sui serbi. L’Inghilterra era alleata della Russia, così come la Francia, il che implicava una reazione a catena, dalla quale si slegò prematuramente l’Italia. Gli interventisti, come noto, vedevano nella guerra una possibilità di completare il Risorgimento e di dare un nerbo alla giovane nazione, dopo gli smacchi subiti in Libia e Eritrea. Secondo un calcolo meramente utilitaristico era chiaro che le concessioni maggiori potevano essere fatte gratuitamente dall’Intesa e non dall’Alleanza degli imperi centrali. L’Austria si rifiutava di concedere Trieste e il Trentino e doveva sacrificare molte delle sue posizioni, temendo il rischio di un contagio autonomistico nei Balcani e nell’Europa centrale. Per questo motivo il governo italiano si accordò con gli Inglesi al fine di vedere riconosciute le proprie aspirazioni territoriali, in cambio di un intervento armato contro l’Austria. Quindi il motivo per cui l’Italia entrò in guerra era quello di acquisire nuovi territori, completare il risorgimento e mettersi al pari delle potenze tradizionali. Obiettivi che alla vigilia di Versailles parvero del tutto centrati.

Interventisti e neutralisti

Quando l’Italia entra in guerra nel 1915 è un paese spaccato in due tra interventisti e neutralisti. Dalla parte della neutralità, mantenuta un po’ ipocritamente fino all’ingresso ufficiale contro l’Austria, ci sono importanti settori della vita politica, come il PSI di Turati. Ma erano contro l’ingresso in guerra anche esponenti di prestigio assoluto come Giovanni Giolitti, capo dei liberali. Le sue motivazioni erano molteplici: per Giolitti l’Italia era impreparata, non aveva assorbito ancora i costi dell’impresa libica, non aveva una sufficiente industria nazionale a supporto di una guerra che solo i più ottimisti pensavano che finisse nel 1916. Inoltre per l’ex presidente del consiglio, l’Austria avrebbe concesso le terre irredente sotto la minaccia di un intervento, non attuandolo veramente.

Anche il Papa, Benedetto XV, autore di importanti messaggi e appelli alla Pace, era ovviamente contrario. Voleva una pace in tutto il territorio europeo e soprattutto per l’Italia. Va precisato che in quel periodo, prima del Concordato del 1929, l’influenza della Chiesa negli affari di stato era minore. Ma c’era un forte elettorato cattolico, in gran parte contrario.

Appare chiaro quindi che Salandra riuscisse a mettere il parlamento di fronte al fatto compiuto, soprattutto per il clamore suscitato dalle grandi manifestazioni degli interventisti, guidati da personalità di spicco del mondo dell’editoria, della comunicazione e della grande industria. Il paladino dell’intervento bellico era il poeta Gabriele d’Annunzio e con lui una serie di artisti legati al movimento del Futurismo, che vedevano nella guerra una benedizione e una possibilità per il nostro paese di riscattarsi. Sempre a fianco dell’Intesa e contro l’Austria-Ungheria in funzione risorgimentale. Con D’Annunzio c’era Benito Mussolini, ex direttore dell’Avanti, appena espulso dal PSI proprio per il suo voltafaccia a favore dell’intervento (scrisse: passare da una neutralità assoluta a una neutralità attiva ed operante).

Molto forte era la spinta dei Nazionalisti di Federzoni, alleato della prima ora di Mussolini, che fin dai tempi della Guerra in Libia, stava assumendo una notevole importanza, non tanto in termini di voti, quanto in visibilità e sapersi far notare. Erano a favore sia la monarchia, che voleva puntellare la sua posizione di fronte alla grande crescita dei partiti di sinistra, sia la grande industria meccanica e siderurgica, che sperava di ottenere (come capitò) i soldi delle commesse belliche.

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