Perché la Russia interviene in Siria

I motivi dell’interventismo russo risiedono innanzitutto nella vocazione imperiale del grande paese slavo: una politica di espansione verso l’Asia e il Mediterraneo che persegue da secoli e che è sempre stata bloccata dai paesi occidentali. La Guerra di Crimea del 1853-56 (che rievoca la recente strategia di annessione della strategica penisola sul Mar Nero) era volta a bloccare proprio l’espansionismo russo verso il Mediterraneo. In particolare lo Zar voleva imporre il suo dominio sull’Anatolia e i Balcani, dando una mano ai fratelli Serbi (da sempre legati alla Russia) e aprendo alla flotta le rotte del Mediterraneo, da sempre terreno di caccia degli inglesi, dei francesi e da ultimo degli italiani.

La svolta anti-islamista di Putin fa leva non solo su questa visione strategica, ma anche sulle debolezze dell’amministrazione americana. Un presidente uscente come Obama è giocoforza più debole e il ricambio con una presidenza repubblicana potrebbe favorire colpi di mano. Putin ha capito che può giocare un ruolo decisivo in Medio Oriente e ha raggruppato intorno a sé una coalizione che comprende Iraq e Iran, oltre alla Siria di Assad (formalmente combattuta dagli USA) per fare la guerra ad ISIS, l’autoproclamato stato islamico che controlla una porzione non indifferente di territorio tra Iraq e Siria. Ma la Russia agisce perché teme ISIS o per propri interessi?

Sicuramente la seconda opzione. La Russia ha un livello di tecnologia militare e armamenti in grado di schiacciare qualsiasi paese, fatta eccezione per i paesi Nato. La fornitura di armamenti consente ai russi di mantenere un ruolo da protagonista in un settore nel quale gli americani hanno fatto solo danni e stanno perdendo il prestigio di ruolo guida che avevano in precedenza. L’Iraq è un paese sotto influenza americana, che è letteralmente crollato sotto i colpi dello Stato Islamico, e sta criticando violentemente l’indecisione americana. Si aggiunga poi l’intervento francese di Hollande, che ha iniziato a bombardare le postazioni IS in Siria di propria iniziativa: anche questa una critica velata all’inazione di Obama. Americani e russi sono divisi: i primi non appoggiano Assad e vogliono mantenere una doppia strategia, combattere ISIS e Assad che è formalmente il capo di stato siriano. Mentre Putin vuole tenere Assad e non disdegna di voler attaccare i ribelli oltre che ISIS. Probabilmente l’unica soluzione è un comando unificato che rimandi la questione Assad (che secondo l’ONU si è macchiato di crimini contro il suo popolo) a una fase successiva.

Vedi: http://www.repubblica.it/esteri/2015/10/01/news/siria_usa_e_russia_accordo_su_colloqui_tra_comandi_sugli_interventi-124036495/?ref=HRER3-1

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