Perché l’Italia non è uno stato federale

Il nostro paese è diviso in 20 regioni. In realtà, dal punto amministrativo, abbiamo 19 regioni e due province autonome, quelle di Trento e Bolzano.

Il Trentino Alto-Adige ha un suo presidente, ed è persino una regione a statuto speciale, ma le competenze di fatto appartengono alle province del Trentino, con capoluogo Trento e dell’Alto Adige, con capoluogo Bolzano.

Nonostante questa suddivisione amministrativa e le aumentate competenze delle regioni, nel corso degli anni, l’Italia oggi non è uno stato federale, ma centralizzato. I motivi sono di tipo storico naturalmente, ma prima di spiegare bene il perché vediamo cosa vuol dire stato federale e che differenze ci sono con l’attuale aspetto amministrativo del nostro paese.

Stato federale e stato centralizzato

Cosa è dunque uno stato federale e cosa lo differenzia da uno stato centralizzato? Uno stato centralizzato è contraddistinto dall’accentramento dei poteri.

Lo Stato ha una capitale amministrativa nella quale hanno sede tutti i poteri e i palazzi che lo rappresentano.

La differenza è soprattutto in materia di competenze: lo stato detiene tutti i poteri amministrativi, giudiziari, fiscali, rappresentativi, di sicurezza e polizia.

Gli organi periferici, benché eleggano democraticamente i loro rappresentanti, non hanno alcun potere di interferenza reale. Il nostro paese è uno stato centralizzato che si regge su una burocrazia centrale, che emana ordini e comandi dal vertice verso le periferie.

La pubblica amministrazione – espressione di questi poteri – è superiore alle amministrazioni locali. C’è una precisa scala gerarchica.

Questa visione deriva dai tempi in cu il RE era sostanzialmente il padrone dello stato, nelle cui mani convergevano tutti i poteri, esigendo ubbidienza dai sudditi. In particolare, l’Italia ha mutuato questo sistema dalla Francia, quando è stata realizzata l’Unificazione nel 1861 e negli anni successivi.

Nel centralismo lo Stato è uniforme: cioè i suoi poteri sono uguali per peso e forza in ogni regione, salvo quelle a statuto speciale, che hanno alcune particolari competenze in termini di maggiore autonomia.

La forza della centralizzazione è proprio questa: far valere l’interesse dello stato in ogni direzione e si esplica nella forza cogente della pubblica amministrazione, che fa prevalere l’interesso collettivo nazionale su quello locale e individuale.

Nello stato centralizzato anche la tassazione viene gestita a livello centrale. Sebbene una parte ritorni agli enti locali e alle organizzazioni periferiche, il gettito fiscale va al centro, per tornare alla periferia.

Sono escluse da questo principio le tasse locali.

Lo stato centralizzato si forma per annessione e conquista in genere, mentre lo stato federale, come suggerisce la parola, si forma attraverso un patto fiduciario che ha la sua origine nella consuetudine romana di legare a sé gli alleati attraverso un Foedus, che era appunto un patto basato sulla fiducia.

L’etimologia del termine federalismo dunque spiega bene che tipologia di rapporto c’è tra centro e periferia: non ubbidienza, ma reciproco rispetto.

Nella sostanza lo Stato ha sempre la preminenza perché i rapporti di forza sono sempre a favore di ciò che rappresenta l’Unione e i vincoli sono talmente forti (e sentiti) che un’eventuale separazione viene classificata come secessione.

Nello stato federale, infatti, i paesi che fanno parte della federazione sono legati ad essi da un patto, che viene normalmente riconosciuto a livello costituzionale.

Il legame più interessante è quello che intercorre tra lo stato centrale e lo stato locale.

Sono paesi federali la Germania, la Svizzera e gli Stati Uniti per esempio: in essi ogni stato locale ha il suo parlamento e il suo governo e ha competenze molto più alte.

Le leggi fiscali sono diverse così come le forme di organizzazione della burocrazia. L’unica cosa in comune è la difesa nazionale, la tassazione centrale, che rappresenta una quota del gettito fiscale globale e il fatto che gli stati si reggono da sé, se non quando intervengono dei meccanismi di sussidio interstatale.

In genere la figura dominante, dal punto di vista politico, il presidente o il primo ministro, rappresenta tutta la nazione e ha poteri molto ampi proprio per contrastare le spinte autonomiste.

La Germania è un paese federale perché nasce da un processo di unificazione dei vecchi principati tedeschi. Gli Stati Uniti si uniscono in modo federativo man mano che si espandono verso ovest, conquistando o annettendo stati che appartenevano ad altri.

L’Italia non è uno stato federale

L’Italia invece non è uno stato federale perché durante il processo di Unificazione, attuato dal Regno di Sardegna, ha preferito impostare una centralizzazione dei poteri, sullo stile di quanto avveniva in Francia.

E ciò nonostante il Piemonte fosse organizzato come una monarchia costituzionale di stampo liberale, simile alla Gran Bretagna. Il timore dei Savoia e di Cavour, i padri dell’Unificazione, era quello di dover aver a che fare con uno stato frammentato, molto diviso e poco coeso, nel quale regnava l’analfabetismo e c’erano profonde differenze derivanti dal fatto che la penisola era stata divisa in staterelli per secoli.

Per ovviare a ciò, si decise che la Pubblica Amministrazione e il governo dovessero essere centralizzati, tanto che anche i sindaci venivano nominati dallo stesso.

Dopo il Fascismo, che ha rappresentato il culmine del centralismo, l’Italia adottò una nuova costituzione repubblicana, che nelle sue previsioni doveva prevedere l’istituzione delle regioni.

Queste non furono istituite prima del 1970 perché i governi guidati dalla DC temevano che il PCI, molto forte nelle sue ragioni roccaforte, disponesse di troppo potere, una volta andato a governarle.

Le Regioni però spesso sono state viste come una grande occasione sprecata, perché non hanno realizzato affatto i principi dell’autonomismo, moltiplicando poltrone e sprechi.

I principi del federalismo sono stati poi introdotti nella Costituzione alla fine degli anni Novanta, generando spesso conflitti di attribuzione con lo Stato Centrale, di cui è stata investita la Corte Costituzionale.

Non c’è un sistema migliore di un altro

Il federalismo è un processo di formazione dello Stato. I patti sono necessari se i contraenti hanno molte differenze tra di loro, e vengono da trascorsi storici completamente diversi.

Ci sono comunque stati federali, come il Belgio, che risolvono con fatica il problema delle differenze.

Gli italiani tendono a considerare l’Italia molto diversa al suo interno, ma in realtà è un paese omogeneo.

Non ci sono differenze linguistiche reali, le minoranze linguistiche non sono rilevanti da un punto di vista statistico, eccetto le basi linguistiche di regioni come Sardegna e Friuli-Venezia Giulia, che però vedono la netta predominanza dell’italiano nella comunicazione ordinaria e ufficiale.

La religione è la stessa con minoranze insignificanti, seppur tutelate, e c’è molta amalgama tra regioni confinanti.

Perfino le zone più periferiche non hanno sviluppato significativi fenomeni di separatismo, che abbiamo visto altrove come nei Paesi Baschi o in Irlanda del Nord.

In Italia il federalismo è sempre stato un problema mal posto, più di protesta contro la cattiva gestione dei tributi (tema sentito in una zona più produttiva di un’altra, non senza connotati discriminatori) che di vera revisione della forma statuale.

Tanto che alla fine l’opinione pubblica ha “dimenticato” il tema (se mai è esistito) e il principale partito portatore delle istanze “autonomiste” è diventato espressione di un centralismo nazionalista di destra.

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