Perché in Italia c’è tanta instabilità politica

Angela Merkel, Barack Obama, Francois Hollande, David Cameron. Sono visi e nomi che associamo al potere di una singola nazione, li conosciamo da quando sono in carica e siamo certi di averli visti operare per un tempo abbastanza lungo da familiarizzare con essi. Il loro volto è quello della stabilità politica. In Italia abbiamo invece un presidente del consiglio dei ministri che recentemente ha compiuto due anni di incarico. In totale, nella storia repubblicana italiana abbiamo avuto ben 63 governi presieduti da 27 primi ministri diversi. Il 27° presidente americano in ordine inverso, partendo da Obama fino a ritroso, è Andrew Johnson, presidente dal 1865 al 1869 e famoso per essere subentrato al presidente Lincoln. Dato ancora peggiore: i 63 governi hanno visto quasi sempre l’avvicendarsi di ministri, in dicasteri spesso rilevanti, promuovendo de facto l’instabilità a principio informatore dell’esecutivo.

governiCome mai succede questo? La Costituzione Italiana entrata in vigore nel 1948 si dice che sia la più bella del mondo. Effettivamente tutta la parte iniziale relativa ai diritti e ai doveri riprende e afferma principi che sono alla base della convivenza civile tra i popoli e persone della stessa specie: non ci sono distinzioni di razza, di sesso, di religione. A tutti è assicurata la libertà di esprimersi e di vivere la propria personalità come meglio crede, attivandosi nel lavoro come nell’impresa, ricevendo dallo stato un riconoscimento quando si riunisce e sovente anche un aiuto. Il problema è che la nostra Costituzione viene dopo il Ventennio fascista, dominato dalla figura del Duce, che aveva messo in secondo piano l’opposizione parlamentare e finanche il Parlamento stesso. Per cui, la nuova Costituzione, improntata a seguire i principi dello stato liberale, ma con accenti di politica sociale e di redistribuzione del reddito, ha rimesso al centro il Parlamento. Esso è stato confermato nella Camera e nel Senato, ma con il meccanismo della doppia lettura: una legge per passare definitivamente deve avere il voto fotocopia dei due rami del Parlamento. Siccome i meccanismi di elezione delle Camere sono differenti (il Senato viene votato solo da over-25 anni), non è raro che si creino equilibri differenti, il che provoca il meccanismo del rimbalzo tra le due Camere: una legge modificata al Senato deve tornare alla Camera, che l’approva e magari propone modifiche, che quindi devono tornare al Senato. Il bicameralismo perfetto poi ha il massimo controllo sull’attività del Governo, che spesso negli ultimi anni ha fatto ricorso alla decretazione d’urgenza e alla formula della legge delega (e del disegno di legge) per dare impulso all’attività legislativa delle camere. Con le maggioranze forzate uscite dalla seconda repubblica, grazie a nuove leggi elettorali che assicurano il pacchetto di maggioranza, si è assistito allo svilimento del Parlamento che è diventato di fatto un istituto notarile dell’attività dell’esecutivo. Non è un caso che tra i governi di maggior durata ci siano i due Governi Berlusconi, il Governo Renzi e i due Governi Prodi figli delle leggi elettorali col premio di maggioranza. Il superamento di questo modello si ha con la riforma in atto che annulla il bicameralismo perfetto e che nell’ottica del legislatore, dovrebbe assicurare una stabilità di fondo non più basata sul premio di maggioranza (che è comunque presente nella legge elettorale collegata), ma sull’efficacia degli strumenti legislativi e la prontezza delle decisioni assunte con una sola camera.

(Visited 134 times, 1 visits today)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *