Perché in Italia ci sono così tanti partiti politici

Per un osservatore straniero dei paesi anglosassoni a tradizione liberale, generalmente contraddistinti da un bipartitismo storico, è molto difficile capire perché in Italia ci sono così tanti partiti. Eppure la frammentazione politica nel tempo è solo aumentata. Con l’arrivo della cosiddetta seconda repubblica, basata all’inizio sul maggioritario, nel 1994, i protagonisti di allora avevano profetizzato l’avvento del bipartitismo, con un polo di ispirazione socialdemocratica opposto a uno di ispirazione liberale-conservatrice.

Superata la divisione ideologica della Guerra Fredda, che di fatto costringeva il grande PCI all’opposizione per decenni, il sistema politico italiano si è aperto permettendo a tutti di partecipare al governo. Paradossalmente ad arrivarci prima è stata Alleanza Nazionale, erede del partito post-fascista MSI, solo dopo è toccato al PDS erede della tradizione comunista.

Il bipolarismo, accentuato dalla personalità divisiva e in qualche modo eccezionale, per le modalità e i tempi di costituzione del suo progetto politico, di Silvio Berlusconi però non è mai diventato bipolarismo. E tutti i tentativi di unificare i partiti di entrambi gli schieramenti sono falliti. Ma vediamo prima di rispondere alla domanda: perché in Italia ci sono tanti partiti politici?

Secondo gli esperti che ci osservano dall’estero, il motivo è il contrario, e cioè che siamo molto frammentati politicamente perché per molto tempo noi non abbiamo conosciuto la frammentazione.

Pensandoci bene, nella nostra storia moderna e contemporanea, abbiamo conosciuto una lunga dittatura del partito unico fascista.

Gli altri partiti non erano ammessi e vivevano in clandestinità. La dittatura era totale, in politica, non c’erano possibilità di costituire alternative in Italia.

Nel breve periodo della Resistenza e nella formazione della Repubblica, quando i partiti tornarono ad emergere, essi non erano nemmeno una decina, appartenenti alle grandi famiglie ideologiche del liberalismo, dell’azionismo, del comunismo, del cattolicesimo e del socialismo.

Una volta stabilita la posizione dell’Italia nel quadro delle alleanze politiche internazionali, per quasi 50 anni abbiamo avuto un governo guidato sempre dallo stesso partito, la Democrazia Cristiana.

In questo schema bloccato il PCI era sempre all’opposizione, tranne la breve stagione del “Compromesso Storico”.

LA DC costruì delle alleanze strategiche con il PSI e poi con i partiti piccoli al centro come il PLI, il PRI o alla sua sinistra con il PSDI (nato da una scissione a sinistra).

In genere, i partiti piccoli erano in grado di influenzare la maggioranza, ma non fino al punto di metterla in crisi, se non sporadicamente e sempre per questioni di mera tattica. E la differenza tra destra e sinistra era tangibile, tanto in politica, quanto nella società civile.

Superata la politica dei blocchi contrapposti, che doveva portare ai due partiti unici di destra e sinistra, la debolezza interna delle coalizioni, troppo diverse tra loro ha prodotto la frantumazione del quadro politico, anche all’apice del PD e del PDL, la nuova creatura politica di Berlusconi, nelle elezioni del 2008. Questa polverizzazione è dovuta anche al quadro instabile delle coalizioni, dei leader, mai durati veramente a lungo, a parte Berlusconi.

Le scissioni interne al PD sono anche figlie della tendenza al “correntismo”, già presente nella DC, che però era più omogenea. Anche perché c’era a sostenerla la vocazione della rinascita nazionale dopo le macerie della guerra.

Quando è apparso un leader nuovo come Renzi, che di fatto non aveva fatto parte della spartizione dei posti al vertice tra vecchi dirigenti DS e Margherita, le contraddizioni interne sono letteralmente scoppiate.

Lo stesso Renzi alla fine ha creato il suo partito, l’ennesimo. Analoga la situazione con il M5S, il cui esito politico della varia partecipazione ai governi, dal 2018 in poi, ha prodotto scissioni e quindi nuovi partiti.

E a destra è sostanzialmente lo stesso: la difficile uscita di scena Berlusconi causa la divisione del fronte di centro un tempo alleato alla destra. Nascono nuovi micro-partiti legati a personalità televisive e della rete.

La centralità dei social media, come nuovo mezzo diretto di comunicazione tra leader ed elettorato, accentua il carattere personalistico dei partiti.

La semplificazione in due coalizioni è sempre sottintesa, ma mai compiutamente affermata sia perché di fatto essa è, nella sua natura, la riproposizione di cartelli elettorali buoni per il momento delle elezioni e non per governare, sia perché mancano figure trainanti capaci di aggregare per davvero, sulla base del carisma e del programma.

La classe politica italiana è molto scadente e produce, a tutti gli effetti, movimenti a breve scadenza.

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