I moti insurrezionali a Napoli e in Sicilia

guglielmo-pepeIn seguito ai moti liberali di Spagna, che chiedevano una costituzione simile a quella della Rivoluzione Francese, si scatenarono anche nel sud Italia dei moti di tipo liberale. È il 1820 e siamo in piena epoca di restaurazione. A questo fronte compatto delle forze realiste uscite vincitrici dalle guerre napoleoniche si oppongono, pian piano, ma con un moto sempre più crescente e impetuoso. Il 1° luglio del 1820, nel giorno di San Teobaldo, protettore dei carbonari, la rivolta si accese a Napoli nel regno delle Due Sicilie, dove i sudditi, oltre a dover fronteggiare una crisi economica spaventosa, si era diffuso un profondo malcontento tra l’esercito per le discriminazioni attuate nei confronti degli ufficiali che avevano servito sotto Murat (reggente del regno per conto di Napoleone). Questi infatti, sentitisi messi da parte dal vecchio regime tornato in auge avevano finito per parteggiare per la Carboneria, dando a essa una mano militare audace e ramificata soprattutto nelle zone di periferia del regno. Il segnale fu dato a Nola, dove un comando di cavalleria formato da uno squadrone, si ribellò al grido di “vogliamo la Costituzione”. Da Nola i reparti dei rivoltosi si erano diretti ad Avellino, dove ingrossate le propria fila avevano iniziato a muoversi verso Napoli. Apparentemente per la corte dei Borboni respingere quest’offensiva non sarebbe stato troppo complicato, senonché le truppe di stanza a Napoli, capitanate dal generale muravano Guglielmo Pepe non decisero di fare fronte comune con i rivoltosi, mettendosi in contatto con gli insorti delle province che stavano levando le armi in Puglia e Basilicata. Incoraggiati da queste notizie i carbonari della Sicilia, a Messina e Palermo, tra il 14 e il 15 luglio, si sollevarono riuscendo a cacciare le truppe borboniche e instaurando u governo provvisorio che si affrettò a dichiarare l’isola indipendente dal Regno.

L’indipendenza siciliana era stata un’aspirazione quasi secolare che veniva maturando nel giro di poche, concitate giornate di rivoluzione. Tuttavia essa non veniva portata avanti da un fronte unitario: troppi contrasti dividevano le forze che si erano ribellate alla corte di Caserta. I vecchi ceti siciliani appartenenti alla nobiltà volevano tornare alla Costituzione del 1812, largamente pensata per proteggere gli interessi di questa parte; gli strati popolari che avevano animato in massa la ribellione chiedevano di ripristinare la costituzione Spagnola e il regime monocamerale, per strappare alla nobiltà il potere e assicurarsi un minimo di agibilità politica. Inoltre va anche aggiunto che, a differenza dell’Italia continentale, la ribellione non divampò oltre Palermo rimanendo quindi fragile nelle scelte e negli obiettivi da raggiungere. Ne nacque quindi una sorta di guerra parallela, nella quale i neo-insediati costituzionalisti napoletani di Pepe dovettero mandare un esercito a ricondurre all’obbedienza la Sicilia. Fu quindi l’intervento delle potenze della Santa Alleanza a stroncare ogni velleità carbonara, imponendo l’assolutismo così come avevano fatto in Spagna e in Portogallo. Il parlamento napoletano apprestò le difese, schierando le truppe contro l’esercito austriaco mandato a reprimere i moti. La disorganizzazione dell’esercito guidato dai fratelli Pepe e da Michele Carascosa non lasciava molte speranze, tanto che al primo attacco esso si dissolse. Grazie alle truppe austriache Ferdinando I rientrava in Napoli imponendo l’assolutismo e attuando una ferocia rappresaglia contro gli insorti. Anche la Sicilia finì occupata e i primi vagiti del risorgimento si spensero nelle condanne a morte dei principali capi dell’insurrezione.

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