Il mandato del presidente americano

Ogni quattro anni il rito dell’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America si rinnova puntuale, il primo martedì di Novembre. I cittadini americani che si sono premuniti di tessera elettorale vanno a votare l’uomo che li rappresenterà nei successivi quattro anni. È tradizione che il presidente uscente ottenga il diritto a ricandidarsi nell’ambito della convenzione del proprio partito. Poche volte è successo il contrario, il caso più famoso è quello di Lyndon B. Johnson, che subentrato a Kennedy come vicepresidente nel 1963, rinunciò alla rielezione nel 1968, nel mezzo della bufera dei negoziati di pace sulla Guerra nel Vietnam.

Il Presidente che è stato più in carica, oltre due mandati, è Franklin Delano Roosevelt, che gli storici e gli accademici americani, ritengono essere il più grande presidente americano del Novecento. I motivi che stanno dietro i quattro mandati di FDR sono tutti di natura squisitamente politica, istituzionale e storica. Roosevelt si trovò ad affrontare le sfide più dure per un presidente dai tempi della secessione contro Abraham Lincoln 70 anni prima. Egli fu eletto nel pieno della grande recessione scatenata dal crollo di Wall Street del 1929, accompagnato da gravi scandali e accuse di corruzione alle amministrazioni precedenti. Il piano del New Deal, che Roosevelt propose agli americani, per superare la crisi, prevedeva un massiccio intervento dello Stato Federale in opere di insediamento, finanziamento, bonifica e grandi infrastrutture nelle aree più depresse degli Stati Uniti. Il piano non poteva essere portato avanti in quattro anni e gli americani accordarono a Roosevelt la fiducia nelle elezioni del 1936.

Il mondo però stava cambiando. In Europa, le tradizionali potenze stavano iniziando a consumarsi in quegli attriti che avrebbero portato allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Roosevelt nel 1940 non aveva alcun impedimento di tipo costituzionale che gli impedisse di essere rieletto per la terza volta. La costituzione non prevedeva il 22° Emendamento, che fu ratificato solo nel 1951. Prima di Roosevelt comunque c’era una prassi costituzionale che impediva di correre per un terzo mandato. Roosevelt ebbe l’ambizione di presentarsi perché voleva terminare il lavoro svolto con il New Deal, ma soprattutto sull’idea, condivisa da molti suoi connazionali, di mantenere gli USA al di fuori del conflitto mondiale. Gli storici hanno sempre dibattuto sulla sincerità dei suoi propositi: certo è che il coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto, dopo l’attacco di Pearl Harbour del 7 dicembre 1941, cambiò radicalmente la sua visione. A quel punto, nel 1944, nel mezzo di una guerra dura, che gli Stati Uniti si apprestavano a vincere, Roosevelt ottenne una quarta rielezione, che fu comunque interrotta dalla morte sopraggiunta nella primavera del ’45, prima che potesse cogliere i frutti della sua pervicace guida contro i Nazifascisti e il Giappone.

Per impedire che ci fossero altri casi come quelli di Roosevelt, il Congresso americano, durante le ultime fasi della presidenza Truman, approvò l’emendamento definitivo che bloccava la successiva rielezione al terzo mandato. Va anche precisato che l’Emendamento non obbliga all’esercizio dei due mandati consecutivi, per cui un presidente che abbia servito per quattro anni può ripresentarsi tempo dopo per un successivo mandato, come successe col presidente Grover Cleveland.

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