Le divisioni storiche della sinistra fino a Renzi

Il fronte popolare fu lo schieramento politico formato da tutte le forze antifasciste che combatterono contro i regimi fascisti in Europa a metà degli anni ’30. La formula fu ripetuta poi durante le elezioni politiche italiane del 1948, ma l’aspetto più interessante è il momento di unità delle forze socialiste europee. Già nell’estate del 1934 dei patti di unità di azione erano stati firmati da vari partiti socialisti e comunisti in Europa, ma non si trattava di un semplice ritorno alla tattica del fronte unico: il fascismo incontrava l’ostilità di un ampio ventaglio di forze democratiche, non solo quelle di sinistra, che richiedevano ai partiti operai in un vasto fronte di reagire insieme. Fu l’unico momento in cui la sinistra fu veramente unita, anche se questa unità fu attuata tramite il benestare dell’URSS di allora e dell’Internazionale. Al di fuori di questa cornice, in Italia come in Europa, la sinistra è sempre stata divisa.

renzidalemaLa divisione della sinistra ha una matrice storica ancora più risalente ai tempi delle divisioni tra massimalisti e riformisti, e che si rispecchia ancora oggi. Come mai i partiti di sinistra non sono mai uniti? Se andiamo a rileggere la storia del primo partito degli operai italiani, il PSI, notiamo che nel momento in cui ottiene il massimo successo elettorale, ala vigilia della prima guerra mondiale esso si sfalda clamorosamente. Lo stesso è accaduto in questo periodo con Renzi. Come mai la sinistra è sempre così divisa? Parte delle divisioni storiche si devono alla nota frattura tra massimalisti e riformisti che permane tuttora. I massimalisti erano i socialisti che – inseriti all’interno di una compagine sociale borghese – preferivano la via della rivoluzione del proletariato, cioè aspirare al massimo ottenibile, la dittatura del proletariato e l’instaurazione di un sistema popolare simile a quello in auge in Unione Sovietica. I riformisti erano più pragmatici: accettato di stare all’interno dello stato liberale, volevano ottenere per i loro seguaci delle riforme significativo in campo sociale, come la diminuzione delle ore di lavoro, l’aumento dei salari, l’eliminazione delle disparità, una migliore distribuzione del reddito e delle terre.

Lo scontro tra massimalisti e riformisti divenne più acceso durante la vigilia della prima guerra mondiale, quando ci fu la frattura tra interventisti e neutralisti. Nel dopoguerra addirittura ci fu la grande scissione del PCI, che fu fondato a Livorno nel 1921 da Gramsci, Togliatti e Bordiga, che misero la sinistra massimalista al centro dello scontro politico, dopo l’espulsione dei riformisti. Questa divisione alla vigilia della presa di potere del fascismo, in una prospettiva storica, è assai drammatica. Lo favorì perché il PSI si sfaldò abbastanza presto, colpito dalla violenza del regime. Alla ripresa della vita politica parlamentare in seno alla nuova repubblica, la sinistra era nuovamente divisa in due blocchi. Il PSI si avvicinò così all’area di governo, sperimentata fin dagli Anni Sessanta e non si tornò mai a parlare di unità delle sinistre, soprattutto quando si accese la competizione tra Craxi e Berlinguer, col primo desideroso di erodere consensi alla base comunista. Il progetto fallì e l’unità non si presentò nemmeno sotto le nuove insegne del PDS di D’Alema e Occhetto, che subirono la scissione di Rifondazione alla loro sinistra. Il fatto strano è che il maggior partito di sinistra, in momenti storici rilevanti, non ha mai provato a unirsi alla sua sinistra, ma ha sempre tentato di sfondare al centro. Motivo per cui c’è molta frammentarietà e l’unità appare come un’utopia destinata a non concretizzarsi mai.

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