La strategia giapponese a Pearl Harbor

Pearl-HarborL’attacco di Pearl Harbor è stato un momento determinante e di svolta del secondo conflitto mondiale. Coinvolgendo gli Stati Uniti, le potenze dell’Asse avevano di fronte un nemico insuperabile che basava la sua estrema forza dal grande sviluppo economico che aveva proiettato gli USA al vertice delle nazioni mondiali. Il motivo strategico, dal punto di vista giapponese, era abbastanza comprensibile: attaccare di sorpresa l’avamposto della flotta del Pacifico, mettendo KO gli americani, che al tempo guidavano l’embargo contro l’Impero del Sol Levante per la sua ferocia politica di occupazione nella Cina. Nei pensieri dello stratega – l’ammiraglio Yamamoto – l’attacco doveva consentire di prendere tempo, dar modo al Giappone di occupare lo spazio di prosperità asiatico, come loro chiamavano la loro zona di influenza ed espansione, allargando la cintura difensiva in ogni direzione. Le conquiste fatte dopo Pearl Harbor sarebbero servite a consolidare la posizione nel Pacifico, tenendo lontano la reazione degli USA.

L’azzardo giapponese si basava su due assunti: a) una generica sottovalutazione della capacità militare degli Stati Uniti, considerati isolazionisti e poco propensi a combattere contro una nazione che di fatto stava scacciando i vecchi paesi colonialisti dall’Asia b) la vittoria in Europa della Germania, che avrebbe soffocato il comunismo e la resistenza cinese, indebolendo l’Inghilterra in India e lasciando soli gli Americani con la loro sfera di influenza nel centro America.

La sottovalutazione del potenziale economico americano fu la più importante, anche se Yamamoto era consapevole di aver svegliato il proverbiale gigante che dorme. Nonostante i Nazisti stessero vincendo ovunque ed erano ormai alle porte di Mosca, gli Stati Uniti erano riluttanti. Il presidente Roosevelt e la sua amministrazione erano divise: importanti celebrità come Lindbergh si erano pronunciate contro l’intervento a fianco degli Inglesi, nonostante i disperati appelli privati di Churchill. Il sentimento generale era contro la guerra e Roosevelt aveva ottenuto il terzo mandato elettorale proprio sulla base di questo sentimento. Con l’ingresso degli USA in guerra, Churchill ottenne finalmente l’aiuto che chiedeva, ma ci vollero almeno sei mesi prima di risultare davvero decisivi. Intanto si mandavano uomini e mezzi in Europa, nel Nord Africa e in Inghilterra, ma nel Pacifico la strategia di Nimitz doveva per forza tener conto dei grandi spazi di mare tra un’isola e l’altra. Il primo vero riscatto, se si eccettua il “bombardamento” simbolico di Tokyo operato da una squadriglia di bombardieri comandata da Jimmy Doolittle, si ebbe nell’arcipelago delle Midway, in un gigantesco scontro aeronavale, che per le perdite subite, riportò il Giappone alle condizioni precedenti all’attacco, consentendo agli americani di compiere il primo balzo verso l’arcipelago del Sol Levante.

(Visited 245 times, 1 visits today)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *