La rivalutazione della lira: la quota 90

In questi tempi si scrive molto di moneta unica, di euro e di dracma. C’è chi – tra i più critici dell’Unione Europea e dell’euro – vagheggia il ritorno alla Lira. Prima del passaggio all’euro però la nostra moneta era molto debole, nonostante fosse stabile, era comunque legata a un’economia che stava diventando asfittica. Avere la moneta debole aveva consentito di agevolare le esportazioni, ma il costo delle materie prime, soprattutto della bolletta energetica nazionale, era aumentato. In un paese col debito pubblico con il nostro non era il massimo. L’euro ha portato all’esplosione di fenomeni inflattivi privi di controllo. Non c’è stata alcuna reale vigilanza sui prezzi al momento del passaggio e le famiglie hanno avuto la sensazione di aver perso potere d’acquisto. In compenso il paese ha guadagnato in solidità finanziaria, perché è all’interno di un sistema comune (guidato dalla Banca Centrale Europea) che fa della forza della moneta la sua ideologia. Eppure sentiamo in tanti dire una frase come “quando i soldi valevano davvero”.

Ma in realtà nella nostra storia abbiamo conosciuto una lira molto più forte. Non solo la moneta premiata a seguito del boom economico, nel dopoguerra, ma soprattutto per motivi politici e propagandistici, la rivalutazione della lira sotto il Fascismo: la famosa quota 90. Gli industriali, parlando al Senato tramite i propri rappresentanti, avevano espresso forti dubbi su questa quota, dichiarando di ritenere più opportuna una quota di cambio a 120 rispetto alla Sterlina.

lireLa politica economica tesa alla stabilizzazione della lira portò nell’immediato al manifestarsi di uan crisi a causa delle drastiche misure prese per giungere a una sua rapida rivalutazione. Nella seconda metà del 1928 e nel corso del 1929 si avviò invece una ripresa produttiva, che però fu poi bloccata dalle ripercussioni della grande crisi finanziaria conseguente al crollo della borsa di Wall Street nel 1929. Le scelte compiute in quel periodo portarono a un generale processo di riorganizzazione economica caratterizzato dalla concentrazione delle imprese. Nel 1928 si registrarono 105 fusioni, nelle quali furono coinvolte 266 società; nel 1929 le fusioni furono 102 riguardanti 245 società. Negli anni precedenti si era registrata una media di solo sedici fusioni. Entrarono in Italia ingenti capitali di provenienza soprattutto americana, che andarono a finanziare industrie elettriche, chimiche, siderurgiche, meccaniche, aumentando la loro esposizione verso l’estero.

Lo Stato assunse un ruolo determinante a sostengo dell’imprenditoria privata: attuò una politica di contenimento dei salari e impose una ferrea disciplina sindacali; offrì sgravi fiscali e assicurò una certa protezione doganale; si impose come maggiore acquirente attraverso commesse per le ferrovie e l’esercito e la realizzazione di grandi opere pubbliche; si fece garante presso gli istituiti di credito per la concessione di prestiti agevolati alle imprese. Sui piccoli risparmiatori il rafforzamento della lira ebbe, infine, un effetto assai rassicurante e diede al fascismo un indubbio consenso. Nei giorni nostri, se seguite la politica, si cerca il consenso chiedendo il ritorno a una moneta meno rassicurante e meno forte. E’ questo il motivo per cui molti economisti autorevoli dicono che l’euro è irreversibile, a meno di un default.

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