La questione del Mezzogiorno

La questione del Mezzogiorno

La questione del Mezzogiorno

La questione del Mezzogiorno fu problema più grave che si impose allo Stato e all’opinione pubblica Italiana fin dalla costituzione del regno nel 1860, quando profondo apparve il contrasto tra le popolazioni del Sud, vessate da un eccessivo gravame tributario, nella più arretrata vita economica causata dal latifondo, dalla malaria, dal disboscamento, dall’usura e dall’analfabetismo e le popolazioni del Nord fra cui vigeva l’ordine, l’organizzazione agricolo-industriale, l’interesse verso i medi e grandi problemi e che non esitavano a manifestare la loro delusione ed anche irritazione nel considerarsi quasi  peso morto l’aggiunta di quelle popolazioni in maggioranza misere ed arretrate civilmente.

La questione del Mezzogiorno negli anni dell’Unità d’Italia

Malcontento codesto sfociato nel Sud in sommosse anche sanguinose ancora nello stesso 1460, poi nel 1800 con i moti di Palermo e poi ancora con il brigantaggio che, iniziato nel 1862 venne definitivamente soppresso fra il 1868 e il ’72. Si occuparono del problema uomini quali P. Villari, L. Franchetti che con il Sonnino compì un’inchiesta in Sicilia, G. Fortunato — che nella Rassegna Settimanale sostenne la necessità di una politica di giustizia che correggesse il regime la sperequazione tributaria e il regime doganale dopo di che lo Stato avrebbe dovuto affrontare gli altri problemi (sistemazione idrogeologica, malaria, viabilità, assistenza all’infanzia, ecc.) — e N. Colajanni, sostenitore dell’unitarismo decentrato, quando gli avvenimenti tra il 1890 e il 1900 — che portarono alla costituzione dei fasci in Sicilia e ai moti della Lunigiana nel 1894 e a quelli milanesi del 1898 — sollevarono una questione sociale chiaramente politica che si ripercosse nel Sud ceti una recrudescenza di azioni poliziesche da parto del governo, contrastanti con le richieste di autonomie regionali e comunali suffragate particolarmente dal socialismo siciliano.

La questione del Mezzogiorno tra 1 e 2 guerra mondiale

L’emigrazione, specialmente ultraoceanica, con le rimesse di denaro degli emigranti aveva frattanto allevialo il problema meridionale al quale poi diedero mediocre impulso le leggi speciali conseguenti ai terremoti che tra il 1899 e il 1908 funestarono Calabria e Sicilia: leggi spesso complesse, male elaborate e insufficientemente finanziate, dalle quali le classi povere lavoratrici traevano scarso beneficio. Come già il Fortunato, ora era il Salvemini che, insorgeva contro la classe sociale della borghesia possidente. Indifferente ai problemi dei contadini nullatenenti o poverissimi e ne propugnava l’allargamento del suffragio universale che avrebbe concesso a questi di eleggere i loro rappresentanti al Parlamento, proposta che vide la sua attuazione dopo una inchiesta parlamentare e la nuova situazione politica creatasi dopo la guerra di Libia, sotto II governo Giubili, nella nuova legge elettorale del 1912. Ma le elezioni del 1913 elu-sero in park le speranze; il divampare poi della guerra mondiale con le sue difficoltà economiche impose una remora al secolare problema. Terminalo il conflitto, i decreti Visucchi sull’occupazione delle terre incolte e l’Opera Combattenti diedero modesti risultati: nuovi partiti — il popolare Italiano di don Sturzo, il comunista italiano guidato da A. Gramsci e, in Sardegna, il partito sardo d’azione — perseguendo fini politici differenti. sollecitavano Vanitosa soluzione che peraltro con la questione meridionale aveva per substrato la questione di una rivoluzione italiana. Ne migliori risultati ottenne il fascismo con l’introduzione della legge totalitaria della bonifica integrale fra il 1923 e il ’28 sostanzialmente favorevole alle classi possidenti e più tardi, cessata l’emigrazione con l’avvio di vaste correnti di lavoratori agricoli e di artigiani verso la Libia e l’Etiopia. La 2° guerra mondiale travolse tutto ed ancor più grave al suo termine nel 1945 si presentò, per il Mezzogiorno il problema della disoccupazione, soprattutto per la mancanza nelle regioni meridionali di quella attrezzatura industriale, vanto e ricchezza del Settentrione. Il regime democratico scaturito dalla guerra comprese l’improrogabilità della questione del Mezzogiorno e questa fece parte dei programmi di tutti i partiti. Nel 1948 anche la Chiesa ne fece oggetto della sua attività cristiano-sociale in una dichiarazione dell’episcopato meridionale. Nacquero così fra il 1945 e il ’50 le varie leggi per la trasformazione fondiaria e agraria e venne istituita la Cassa del Mezzogiorno.

Il Mezzogiorno oggi

Concetto fondamentale, la creazione di una larga proprietà contadina fornita di mezzi tecnici e finanziari atti ad affermarla a vantaggio dell’economia nazionale, premessa indispensabile la scomparsa del latifondo. Questa opera, integrata dalla sistemazione idrologica, dalla viabilità (ordinaria e ferroviaria), dal rimboschimento, dagli impianti idrici, ecc — è ancora in corso ed il suo finanziamento é cospicuo anche per rapporto di capitale straniero. Il problema é arduo e affrontato con una serie graduale di pianificazioni regionali e subregionali. Esso coinvolge la sistemazione e la nascita di centri urbanistici che eleveranno il livello di vita delle popolazioni meridionali: l’Istruzione e la cultura popolare procederanno alla formazione educativa. Problema infine non meno grave da affrontare è quello dell’industrializzazione: superata la tradizionale concezione di una economia strettamente agricola, soltanto allora il Mezzogiorno potrà livellarsi con le regioni ancora oggi più evolute dell’Italia settentrionale.

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