Il risorgimento italiano

Il risorgimento italiano

Il risorgimento italiano

Se noi ritroviamo la parola Risorgimento già durante il sec. XVIII nelle opere di Saverio Bettinelli e del conte Benvenuto Bobbio di S. Raffaele, piú che altro per designare il periodo storico che oggi chiamiamo Rinascimento o un presagio di rinascita letteraria, solo con l’Alfieri essa assume il significato di volontà dell’Italia di assurgere a stato-nazione. Per il Foscolo il risorgimento italiano resta un concetto destinato ai migliori ed agli eletti, idea che però fu contraddetta dai patrioti di Lombardia e del Napoletano e da Vincenzo Cuoco, che intendevano colmare le differenze esistenti tra gruppi intellettuali ed il popolo.

Il risorgimento italiano

La riunione di forze per resistere al predominio francese e le idee circolanti che fecero intendere i nuovi concetti di nazione, misero in contatto i gruppi italiani avversi al dominio francese con altri consimili che operavano in Europa. Il Congresso di Vienna, che deluse le aspettative degli Italiani, rafforzò le file dei rivoluzionari ed i rappresentanti europei dei nuovi indirizzi in politica riconobbero l’Italia come nazione, tanto piú che l’idea del risorgimento italiano, dopo la caduta di Napoleone, fu agitata in particolar modo anche dal ginevrino Sismondi. Non essendo venuto alcun apporto alla causa d’Italia nel 1821 e ’31 da parte dell’Inghilterra e della Francia piú liberali, vediamo Mazzini credere che l’Italia potesse prendere il posto detenuto fino allora dalla Francia nel campo dell’iniziativa rivoluzionaria e dare il segnale del risollevamento politico delle nazioni europee, col presupposto di creare una solidarietà dei popoli in antitesi alla solidarietà dei troni, patrocinata dal cancelliere austriaco Metternich.

In seguito C. Balbo aveva elaborato il concetto dell’uomo libero, dando al risorgimento una sua particolare fisionomia nella storia d’Italia e, sottoponendo a processo critico il Rinascimento, sulla base di questa critica contrappone civiltà a cultura; e gli economisti lombardi e piemontesi, quali il Cattaneo, il Cavour, il Petitti, auspicano l’unità economica della Penisola. Con questi viene abbandonata però l’idea del risorgimento come fiaccola dell’emancipazione delle nazionalità ed il programma mazziniano di rivoluzione nazionale viene affidato a Garibaldi. Prevalsero col compimento dell’unità la storia retorica e quella passionale del risorgimento, senza tener conto delle idee e classi sociali politiche degli stati regionali italiani e d’Europa. Il concetto del risorgimento, dopo essersi dissolto nella storia politica del sec. XIX, finiva per assumere aspetto di storia dell’età moderna e contemporanea. Nel primo dopoguerra la polemica sul Risorgimento giunse a conclusioni assai contrastanti; alcuni sostenevano che gli scopi del Risorgimento erano stati pienamente raggiunti, altri, all’opposto, affermavano che esso era un movimento sostanzialmente fallito ed altri, infine, sottolineavano che mentre i fini politici (indipendenza) del risorgimento erano stati raggiunti non ugualmente poteva dirsi di quelli sociali. Come concetto storico il termine risorgimento ha avuto una notevolissima affermazione nel linguaggio storiografico internazionale, a cui molto ha contribuito la storiografia francese, e sempre come concetto storico si volle da piú parti restaurarlo anche da noi, quando l’inizio del risorgimento è stato fissato con la creazione da parte della classe politica piemontese del mito dell’emancipazione nazionale, per ragioni di politica estera che imponevano al Piemonte di espandersi fortemente o di perire. Terreno fertile per il risorgimento furono le riforme del sec. XVIII, l’insoddisfazione verso la forma statalistica regionale, a cui si aggiunsero prima la rivoluzione e poi la conquista francese, con la loro azione sovvertitrice dei vecchi ordinamenti.

Le guerre del Risorgimento

Esse comprendono: la guerra di indipendenza (1848 e 1849) combattuta dalle truppe di vari stati italiani e del regno di Sardegna e poi nella seconda fase solo da quelle sarde; 23 guerra di indipendenza (1859) combattuta dalle forze alleate sarde e francesi; la campagna di guerra guidata da G. Garibaldi (1860-61), che portò alla cacciata dei Borboni dal Mezzogiorno d’Italia e quella guidata dai generali del re di Sardegna, che nel medesimo periodo privarono il pontefice dell’Umbria e delle Marche; la 3a guerra di indipendenza (1866) combattuta dal regno d’Italia, le cui truppe, per alleggerire quelle della alleata Prussia, attaccarono l’Austria nel settore meridionale dell’Impero; la campagna del 1870, che portò all’occupazione di Roma e del Lazio, privando il pontefice di qualsiasi dominio di natura temporale.

Guerra del 1848 e 1849

L’atteggiamento del governo austriaco nel Lombardo-Veneto aveva talmente eccitato gli animi dei Piemontesi, da far prevedere un non lontano scoppio delle ostilità. Nel regno di Sardegna furono chiamate alle armi per motivi precauzionali alcune classi. Nei primi mesi del 1848, in seguito alla rivolta ungherese, al moto costituzionale austriaco ed alla sollevazione di Milano, il Piemonte decise la guerra e le sue truppe sotto il comando di re Carlo Alberto (capo di stato maggiore il generale Canera di Salasco) varcarono il Ticino, avendo alleati un contingente napoletano (che però praticamente non concorse alle operazioni, per gli ordini del Borbone), uno pontificio, al comando dei generali Durando e Ferrari, uno toscano, oltre ad alcuni nuclei armati di volontari provenienti da Modena e Parma. Di contro stavano il I e II corpo d’armata austriaci, sotto il supremo comando del feldmaresciallo Radetzky. Malgrado ancora non fosse stato completato un piano di radunata e di campagna, il 25 marzo iniziarono le operazioni militari, che portarono le truppe sarde alle soglie del Quadrilatero, dopo che era stato adottato il progetto di attacco frontale della linea del Mincio. Occupate da parte dell’esercito sardo (28 aprile) le alture tra Adige e Mincio e battuto (30 aprile) un distaccamento austriaco a Pastrengo, il supremo comando sardo ordinò (6 maggio) l’avanzata fin sotto Verona, mutandola in ripiegamento dopo la mancata sollevazione dei patrioti della città. Il 28 maggio Radetzky ordinò l’offensiva, che maya ad aggirare le posizioni piemontesi. Il tentativo fu frustrato dalla resistenza dei volontari toscani che permise (30 maggio) ai Piemontesi di conseguire a Goito un grande successo ed indusse il Radetzky a ritirarsi in Mantova. Nello stesso giorno si arrendeva ai Piemontesi la piazzaforte di Peschiera. Mentre i Piemontesi si riattestavano ad oriente del Mincio, Radetzky iniziava, nella prima decade di giugno, operazioni tendenti ad eliminare i contingenti pontifici, che intralciavano le comunicazioni tra il grosso dell’esercito austriaco attestato in Verona ed il Cadore. Nella battaglia di Vicenza (10 giugno) le truppe del Durando furono soverchiate e capitolarono. Cosi il Radetzky, protetto alle spalle e ricevuti rinforzi, con tutto l’esercito poté gettarsi sui Piemontesi schierati da Rivoli a Mantova e dopo 5 giorni di battaglia (21-25 luglio) vincere a Custoza in modo tale che l’esercito sardo decise la ritirata verso il Piemonte, attraverso Milano. Innanzi alla città, ai primi di agosto, fu combattuta un’ultima battaglia fra le truppe austriache e quelle piemontesi, che dovettero cedere, ragion per cui il generale Canera di Salasco firmò (9 agosto) l’armistizio. Alla guerra parteciparono oltre alle schiere di volontari toscani e romani, e quelle composte da elementi profughi e da disertori dell’esercito austriaco di origine italiana, anche i volontari che il governo provvisorio di Milano aveva affidati a Garibaldi, tornato in quel frattempo da Montevideo. Essi dopo essere stati inquadrati, sorpresi dall’armistizio, non vollero ad esso ubbidire e, attraversato il lago Maggiore, occuparono Luino, Varese ed attaccati infine a Morazzone (ultima decade di agosto) dalle truppe del feldmaresciallo D’Aspre, consci di non poter piú a lungo sostenere un’azione, si sciolsero, rifugiandosi in parte, con Garibaldi stesso, in Svizzera. Le trattative di pace iniziate, essendosi orientate in senso sfavorevole al governo di Torino, dopo che l’esercito fu elevato ad 80.000 uomini, con l’immissione anche di elementi provenienti da altre regioni, ed affidato al comando del generale polacco Chrzanowski (che però aveva rilevato lo scarso valore dell’organizzazione e dei quadri), fu iniziata (20 marzo 1849) la guerra, sotto il supremo comando del re Carlo Alberto. Di contro gli Austriaci, al comando del Radetzky, ammontavano a 70.000 uomini. Il piano di campagna dello Chrzanowski si basava sulla supposizione che anche questa volta gli Austriaci si sarebbero ritirati nel Quadrilatero, supposizione illogica, ché questa volta gli Austriaci non avevano le retrovie insidiate dall’insurrezione. Mentre i Piemontesi cominciarono ad attraversare il Ticino sulla direttrice Novara-Milano, Radetzky, approfittando di una mossa sbagliata della divisione Ramorino (passata sulla destra del Po), attraversò il Ticino a Pavia, dopo aver simulato una ritirata verso SE. Iniziate le operazioni militari dopo una serie di scontri (tra cui un combattimento sfortunato per i Piemontesi a Mortara) fu ordinato, malgrado il parere del Chrzanowski (che voleva mantenersi su di un piano offensivo) il ripiegamento verso Novara. Qui (23 marzo) dopo forte resistenza i Piemontesi cedettero e Carlo Alberto chiese una tregua. Inaccettabili i termini di questa, preferí abdicare a favore del figlio Vittorio Emanuele II; così, in una cascina vicino a Vignale, furono stretti i patti d’armistizio, che davano diritto alle forze austriache di occupare il Novarese e Alessandria, fino alla conclusione della pace. Dal canto loro gli Austriaci non insistettero nel voler l’abolizione della costituzione nel regno sardo. La guerra tuttavia non si esaurì, perché continuò la resistenza della repubblica di Venezia fino al 22 agosto e quella della repubblica Romana contro i Francesi fino al 3 di luglio.

Guerra del 1859-60

Mentre il governo piemontese preparava quell’atmosfera che doveva portare alla guerra — alla quale dava ora il suo apporto la Francia, in seguito agli accordi corsi fra Napoleone III e Vittorio Emanuele II, artefice il grande Cavour — l’esercito, per merito soprattutto del generale Alfonso La Marmora, risultava costituito da circa 60.000 uomini bene organizzati ed equipaggiati. La campagna, iniziata il 26 aprile, dopo che era stato respinto un ultimatum austriaco riguardante il licenziamento dei volontari, vide concentrarsi attorno ad Alessandria le forze alleate franco-sarde, sotto il comando supremo dell’imperatore Napoleone III. Le forze austriache, che malgrado la tensione internazionale, non erano state messe in grado di fronteggiare tutte le eventualità, erano comandate dal generale Gyulai e costituivano un complesso di 160.000 uomini. Dopo che Napoleone III ebbe assunto il comando effettivo degli eserciti (14 maggio), fu adottato il piano di aggirare la massa degli Austriaci e di entrare in Lombardia attraverso il ponte di Boffalora sul Ticino. Dopo alcune puntate offensive, fatte in seguito alle pressioni di bello, riuscito vittorioso per le forze alleate (20 maggio). Il 26 maggio le forze franco-piemontesi sfilarono per Casale-Vercelli-Novara per procedere all’aggiramento attraverso Boffalora, mentre quelle forze che dovevano proteggere i passaggi sulla Sesia vennero a conflitto a Palestro con gli Austriaci occupanti la Lomellina (31 maggio). Nel frattempo si svolgevano le operazioni coronate da successo, guidate da Garibaldi nelle zone di Varese e Como, alla testa del corpo dei Cacciatori delle Alpi, contro le forze austriache del generale Urban. Ai primi di giugno le forze alleate si avvicinarono al Ticino, non disturbate per l’assoluta mancanza di aggressività del Gyulai. Deciso da Napoleone III un movimento offensivo, avvenne (4 giugno) il combattimento di Magenta, ove i franco-sardi ottennero solo un successo tattico, permanendo la possibilità di un attacco sul fianco destro. Però il giorno dopo le forze austriache iniziarono la ritirata verso il Quadrilatero; 18 di giugno Napoleone III e Vittorio Emanuele II entrarono in Milano; il 18 Francesco Giuseppe assunse il comando delle sue forze e ordinò il loro concentramento ad oriente del Mincio. Contro ogni logica, gli Austriaci (23 giugno) ripassarono il Mincio. Il giorno dopo i Sardi a S. Martino, i Francesi a Solferino (fra Chiese e Mincio) si trovarono di fronte tutto l’esercito austriaco, che alla fine, battuto, fu costretto a ripiegare oltre il Mincio. Le forze alleate passarono il Mincio il 10 di luglio, mentre gli eserciti si schieravano a battaglia. Queste furono le ultime operazioni, interrotte poi dall’armistizio di Villafranca (11 luglio). Nel maggio 1860 una spedizione guidata da G. Garibaldi sbarcò in Sicilia e nell’ottobre terminò la sua missione dopo la vittoriosa battaglia sul fiume Volturno, essendo subentrato ai volontari l’esercito regolare, allora giunto nel Meridione. Esso, sotto il comando del generale Fanti, iniziò l’11 settembre 1860 le ostilità contro i territori pontifici delle Marche e dell’Umbria. Contro i 30.000 Sardi stavano i 20.000 pontifici comandati dal Lamoricière, che fu battuto (18 settembre) a Castelfidardo e rifugiatosi in Ancona, assediata per terra e per mare, si arrese dopo diversi giorni di combattimento. L’esercito regio nella sua avanzata , ingaggiò poi un combattimento (20 ottobre) al colle di Macerone, a nord di Isernia, contro elementi dell’esercito borbonico, che si ritrassero dietro il Garigliano. Delle fortezze borboniche che ancora resistevano, Capua si arrese verso la fine del 1860, mentre Gaeta continuò ad opporsi alle forze sarde sino al febbraio del 1861.

Guerra del 1866

In quell’anno, dopo l’alleanza stipulata dal governo di Firenze e quello prussiano, le forze italiane, messe in campo, erano il triplo di quelle austriache ed il loro numero assommava a 250.000 uomini sotto il comando di Vittorio Emanuele II e di Alfonso La Marmora, contro gli 80.000 degli avversari. Le forze italiane (gravissimo errore) furono divise in due contingenti, uno sotto il comando del La Marmora, che doveva iniziare l’invasione del Veneto partendo dalla Lombardia, l’altro al comando del generale Cialdini, che doveva prendere le mosse dall’Emilia. Gli Austriaci, comandati dall’arciduca Alberto, si mantennero invece strettamente intorno a Verona. Il 23 giugno il La Marmora passò il Mincio, dopo aver inviato un corpo d’esercito verso Mantova. Il 24 inopinatamente si accese la battaglia di Custoza, che, conclusa a favore degli Austriaci, indusse il La Marmora ad ordinare la ritirata, arrestata solo quando fu chiarito l’intento degli Austriaci di non inseguire. Dopo che buona parte delle forze austriache in Italia fu richiamata in Boemia per fronteggiare la grave minaccia prussiana, il comando italiano studiò un nuovo piano di invasione che fu eseguito attraverso il basso Po da un’armata che giunta il 25 luglio allo Judrio (Friuli) cessò le operazioni, in seguito alla conclusione dell’armistizio fra Austria e Prussia. Alle operazioni parteciparono pure i volontari garibaldini, i quali dopo una serie di vittoriosi scontri, tra cui quello di Bezzecca (21 luglio), stavano per avanzare verso Riva del Garda e Rovereto, quando giunse l’ordine di sospendere le operazioni, ordine che fu trasmesso pure alla divisione Medici, che attraverso la Valsugana avanzava su Trento.

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