Il giorno in cui Mussolini sfidò la Mafia

Quando mussolini sfidò la mafia

Quando mussolini sfidò la mafia

La guerra decennale di Benito Mussolini contro la mafia siciliana iniziò con un insulto. Nel maggio 1924 il Duce scese in Sicilia per una visita molto attesa, scortato da un seguito imponente di navi, da aeroplani da combattimento e sottomarini. Arrivato a Piana dei Greci, nei pressi di rito, venne accolto dal sindaco – mafioso Francesco Cuccia, che lanciò una beffarda occhiata alla schiera di guardie del corpo annunciò: “Sei insieme a me, sotto la mia protezione. A che ti servono tutti questi piedi piatti?”. Mussolini, furibondo, rifiutò l’ospitalità di Cuccia, e questi – a sua volta profondamente offeso – incitò i suoi concittadini a boicottare il discorso pubblico del dittatore. Umiliato, Mussolini  terminò anzitempo la sua visita; la boutade di Cuccia passò alla storia come qualcosa di cui la mafia avrebbe dovuto fare a meno. Così facendo, infatti, Cuccia aveva attirato l’attenzione sul  potere della mafia in Sicilia e sulla sua arroganza. Deciso a non più consentire alla mafia di continuare a operare in barba alla legge, Mussolini decise di annientarla. Ma non è solo in un episodio suggestivo che ricercata l’origine della guerra personale di Mussolini contro la più vasta organizzazione criminale italiana. Cuccia fu senza dubbio la goccia che fece traboccare il vaso, ma la mafia era già entrata nel mirino di Mussolini. La Sicilia era stata a lungo un mondo a parte, e Mussolini – che voleva consolidare il suo potere in tutto il paese – rischiava di veder sfumare il suo biennio se avesse consentito al crimine organizzato di operare in barba al potere fascista che permeava tutto il paese.

La politica di Mussolini contro la mafia

Una campagna di successo contro Cosa Nostra avrebbe rafforzato il prestigio e l’autorità del Duce. Giornalista e già membro del partito socialista, Mussolini aveva bollato il socialismo come ideologia fallimentare alla fine della Prima Guerra Mondiale quando si diede a organizzare il suo movimento dei Fasci, nel 1919. Il termine “fasci” si ispirava ai movimenti dei lavoratori nel XIX secolo, che usavano legarsi insieme per pm-testare contro le ingiustizie dei padroni.  Una volta al potere, Mussolini decise di non tollerare più un’organizzazione criminale che sfidava la legge e anche la sua stessa autorità.
La politica di Mussolini ebbe presa soprattutto nell’Italia del primo dopoguerra, stremata dalla depressione, proprio per il fatto che il suo movimento si presentava al di fuori e al di sopra delle divisioni sociali. Piuttosto che concentrarsi su una guerra di classe in stile socialista, il Fascismo prometteva l’elevazione di tutte le classi, in una società unita in cui l’appartenenza a una fascia sociale non sarebbe stata particolarmente rilevante. Il Fascismo, infatti, anche se era ancora lontano dalle idee che verranno diffuse dal Nazismo (come la supremazia della razza ariana e la condanna degli Ebrei), già propugnava l’inferiorità delle razze nera e asiatica rispetto alla bianca, nonché la necessità di un colonialismo imperialista che non poteva prescindere dalla segregazione razziale. Il Fascismo di Mussolini voleva rispolverare gli antichi splendori dell’impero romano, unitamente alle glorie del Rinascimento. Suo obiettivo era italianizzare i popoli circostanti, come quelli della Dalmazia, dell’Albania, della Slovenia, della Conica. “La tradizione romana è uno strumento potentissimo”, afferma Mussolini nel libro ‘Domina del Fascismo. “L’Impero non è solo territoriale o militare… ma anche spirituale e morale”. Mussolini salì al potere in Italia nell’ottobre 1922, con modalità che la mafia des aver trovato ammirevoli. I fascisti avevano formato squadre paramilitari di veterani già nel 1919, le camicie nere, il cui compito era contrastare le manifestazioni socialiste, comuniste e anarchiche. Il Partito Nazionale Fascista fu fondato ufficialmente nel 1921, e l’anno successivo 30.000 camicie nere marciarono su Roma per chiedere le dimissioni del primo ministro liberale Luigi Facta. Com’è noto, fu in seguito alla marcia su Roma che re Vittorio Emanuele II diede a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo.

Una campagna lenta e complessa

Dopo aver retto per un paio d’anni un governo di coalizione, Mussolini iniziò gradualmente a costruire il suo stato totalitario, esautorando sempre più il Parlamento. Le elezioni parlamentari furono abolite nel 1925 e tutti gli altri partiti politici dichiarati fuorilegge nel 1926. Mussolini era ormai un dittatore, padrone del paese, ma il Sud, in buona parte abbandonato a se stesso e soggiogato dalla Mafia, restava un problema. “L’Italia vuole la pace, il lavoro e la serenità”, amava Mussolini. “Vi darò tutto ciò con amore quando sarà possibile e con la forza se necessario”. Si riferiva alla Sicilia. L’economia dell’isola, tra la metà del XIX secolo e i primi anni del Novecento, si basava ancora su un sistema feudale: i contadini lavoravano per i ricchi latifondisti e proprietari terrieri, che concedevano loro ben pochi diritti e ancor meno soldi. Molti contadini disperati erano dediti ad attività criminali solo per sopravvivere, e l’inadeguatezza delle forze di polizia costringeva le elites locali ad assoldare delle ‘bande annate” – spesso costituite dagli stessi banditi passati dall’altra parte della barricata – per combattere i malviventi o negoziare la restituzione della refurtiva. Chi poteva, dunque, si difendeva da solo non potendo fare affidamento sull’autorità costituita. Inevitabilmente, molte di queste bande si trasformarono in qualcosa di molto simile a racket protettivi, in collusione più con i criminali stessi che con i ricchi che li pagavano. Bestiame e limoneti erano particolarmente esposti a furti ed estorsioni, poiché i proprietari terrieri non erano in grado di sorvegliare adeguatamente i loro vasti appezzamenti. Sorse così il racket che, a cominciare dal 1865, fu chiamato mafia, il cui potere era crescente, così come la loro pericolosità. I mafiosi si riconoscevano grazie a segnali segreti e operavano secondo un rigido codice di complicità e omertà, che loro chiamavano molto impropriamente onore (uomo d’onore equivale ancora oggi a mafioso). Prima dell’avvento di Mussolini, i tentativi di intervento del governo italiano per portare un minimo di legalità in Sicilia erano riusciti solo ad allontanare ancor di più la gente dallo stato centrale e a creare una più stretta collaborazione tra la mafia e la popolazione che ne subiva lo strapotere. La mafia in Sicilia aveva ormai pervaso anche i gangli della politica ed aveva il potere e l’organizzazione necessari per far eleggere i propri candidati. La rete delle sue attività illegali non aveva confine: al racket della protezione che estorceva denaro a chiunque avesse un’attività si accompagnavano omicidi, rapine, contraffazioni, rapimenti e intimidazioni di testimoni nei casi in cui si arrivava a indagini o processi a carico di mafiosi o di loro conniventi. Nessun mezzo era escluso e la violenza era all’ordine del giorno. Il sistema mafioso prevedeva anche attività di sostegno per coloro che chiedevano aiuto ai padrini: una serie di provvedimenti benefici che avevano lo scopo di guadagnare l’appoggio della popolazione e di dare significato nobile al potere mafioso.

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