Il 1978, un anno cruciale nella nostra storia

Se possiamo indicare un anno cruciale nella storia della prima repubblica, questo è il 1978. Secondo gli storici contemporanei è l’ultimo anno del vecchio sistema e il primo del nuovo che si formerà negli anni Ottanta, come esasperazione del potere dei partiti, destinato a scoppiare nel breve giro di quindici anni. Il 1978 è un anno particolare. L’11 marzo, dopo una lunga crisi di governo, due mesi senza guida, il paese si riaffida a Giulio Andreotti, che costituisce un governo monocolore democristiano con una maggioranza di programma che include anche il PCI: è l’apice del compromesso storico, l’accordo di governo promosso da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Gli Stati Uniti non sono affatto contenti. Ma non c’è tempo nemmeno di votare la fiducia, che il giorno della presentazione alle camere del nuovo governo, il 16 marzo, le Brigate Rosse sequestrano Aldo Moro, l’uomo chiave dell’accordo tra i partiti di governo e il partito comunista italiano. Nell’agguato rimangono uccisi ben cinque uomini della sua scorta.

Dopo una concordia iniziale, basata sulla ragione di stato, i partiti iniziano a dividersi. C’è chi rimane fermo sulle sue posizioni di intransigenza, rifiutando un dialogo con le Brigate Rosse, che cercano la consacrazione definitiva come corpo operante all’interno dello Stato, c’è chi  vorrebbe aprire delle trattative. Da una parte la DC col suo stato maggiore, i comunisti, i repubblicani ed alcuni esponenti socialisti come Pertini sostengono la linea della fermezza, di un rifiuto totale alla trattativa. Da l’altra ci sono molti settori del PSI, tra cui il giovane segretario Craxi, i radicali, alcuni democristiani e l’estrema sinistra, che criticano questo atteggiamento e si muovono per salvare la vita dell’uomo di stato.

I 55 giorni di Moro fanno parte della nostra memoria storica. Sono come un segnalibro di pietra. Non appena arrivò la notizia del sequestro, data da Bruno Vespa al Tg1 ci fu molta commozione e il paese si mobilitò, con uno sciopero generale indetto dai sindacati, a difesa della repubblica democratica. Durante i 55 giorni del rapimento, si aprì il contrasto tra i due fronti, che raggiunse momenti di totale sconforto nel momento in cui arrivavano le lunghe lettere di Moro, secondo Andreotti sfruttato dalle BR e in posizione di scarsa libertà mentale e di spirito. Gli accorati appelli però non sembravano avere seguito e l’ultimatum procedeva. Il 24 aprile in uno dei loro comunicati le BR chiesero per la prima volta lo scambio di prigionieri: Moro per 13 reclusi per terrorismo.

aldomoroIl PSI ed esponenti della DC autorevoli come Fanfani ritennero che ci fosse spazio per una trattativa, come richiedeva lo stesso Moro nelle sue lettere. Il riesame delle carceri speciali e la grazie a un terrorista ammalato, avrebbero dovuto consentire a loro avviso, la liberazione di Moro. Era un segnale di apertura che le BR avrebbero colto. Il 5 maggio, però, di fronte al rifiuto costante dei partiti di governo e nonostante i tentativi dell’ultima ora, compreso un accorato appello di Papa Montini, amico personale di Aldo Moro e ormai stanco e malato, le BR annunciarono che il sequestro si concludeva eseguendo la sentenza di condanna. Il 9 maggio una telefonata oramai passata alla storia annunciava il ritrovamento del cadavere dell’ex presidente del consiglio in via Caetani. Le illusioni erano finite. Ma i misteri e i dubbi sui 55 giorni rimasero per lungo tempo, con ritrovamenti di documenti in un covo BR e le false piste cui erano stati indirizzati gli inquirenti. In Agosto moriva pure Paolo VI e da lì a poco sarebbe subentrato Wojtyla, dopo la prematura morte di Albino Luciani. Il mondo stava per cambiare per sempre.

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