Horatio Nelson: l’eroe brigante

Nelson

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Il vice ammiraglio Horatio Nelson passeggiava sul ponte della nave Elephant nell’aprile 1801, dopo il devastante bombardamento di Copenhagen che aveva visto la capitale danese e il suo porto semidistrutti da una pioggia di fuoco scatenata dalla flotta inglese di 20 vascelli da guerra. Questa azione era stata decisa dopo che i negoziati non erano andati a buon fine e non si era raggiunto un accordo tra la Gran Bretagna e la Lega dei Neutrali, formata da Danimarca, Norvegia, Svezia, Prussia e Russia.

Horatio Nelson: il più grande ammiraglio inglese di tutti i tempi

La Lega, dunque, intendeva proseguire nella sua politica di libero scambio con il più grande nemico dell’Inghilterra, la Francia di Napoleone. I Danesi stavano probabilmente per uscire dalla Lega, ma gli Inglesi intendevano forzare loro la mano con un atto dimostrativo della propria potenza navale: al comando della flotta c’era l’ammiraglio sir Hyde Parker. A quel punto dello scontro le navi inglesi Russell, Agamennone e Bellona erano arenate, e il resto della flotta si trovava sotto il tiro dell’artiglieria danese. Esaminata la situazione, l’ammiraglio Parker giudicò di aver assolto il suo compito e che fosse il momento giusto per andarsene, quindi ordinò a Nelson la ritirata, inviandogli un segnale dalla sua nave. Il suo vice accostò il cannocchiale all’occhio destro cieco, e disse imperturbabile di non aver visto alcun segnale! Disobbedendo di fatto agli ordini ricevuti, Nelson lanciò un nuovo attacco al porto di Copenaghen, sottoponendolo a un intenso cannoneggiamento che durò oltre tre ore e si concluse con la distruzione di buona parte delle navi danesi. Era stato un comportamento tipico di Nelson, che nel decennio precedente si era affermato come un genio della strategia navale. Si era guadagnato il rispetto generale come comandante, benché fosse unanime mente giudicato un imprevedibile anticonformista. Venerato dal pubblico inglese per le sue gesta eroiche in mare, Nelson aveva un’alta stima di se stesso e sapeva vendersi assai bene, tra il popolino come nelle alte sfere del potere. “Quando si parla con Nelson, il principale argomento di conversazione è lui stesso, ed è sempre lui a condurre il discorso su quello che gli preme di più”, ricorda il duca di Wellington dopo un incontro del 1805. Nel XVIII e XIX secolo, quando la Gran Bretagna era la regina dei mari, Nelson godette di una popolarità paragonabile a quella di una rock star dei giorni nostri. Suo padre era un uomo di chiesa, ma fu suo zio William – capitano della marina reale – ad avere maggiore influenza su di lui, dando l’avvio alla carriera del giovane Horatio e agevolandola in seguito, quando da semplice guardiamarina (allievo ufficiale) divenne ufficiale di bordo. Ancora adolescente, Nelson aveva attraversato per ben due volte l’Atlantico a bordo di navi mercantili, scoprendo per ironia della sorte che soffriva di mal di mare cronico ma, allo stesso tempo, trovando la forza di inserirsi perfettamente nella vita i marinai, dettaglio non da poco per la futura carriera ai vertici della marina britannica. Fu nominato luogotenente della Wercester all’età di 17 anni, e quando ne aveva 20 gli affidato il comando della nave Badger; a 23 divenne capitano della Albemarle. Era chiaro a tutti che si trattava di una stella stente della marina reale. Il giovane ufficiale era anche molto popolare tra la sua personalità e per il rapporto amichevole che intratteneva con tutti, a prescindere dal rango. Fra i suoi viaggi ci fu quello che compì a ricerca del passaggio a Nord-Ovest, il fico corridoio nel mare Artico che collega Atlantico e il Pacifico (sarà scoperto solo secolo più tardi da Roald Amundsen).

Le avventure in mare dell’ammiraglio Nelson

Instancabile, lo ritroviamo in seguito con la a flotta a sostenere la Compagnia delle Indie Orientali, quindi impegnato a difendere gli interessi della Corona durante la guerra d’Indipendenza americana, poi a scortare spedizioni scientifiche nelle Bahamas, e ancora a difendere la Giamaica dalla ventata invasione francese a Fori Charles (una minaccia che per la verità non si concretizzò mai), infine ad appoggiare dal mare l’assalto inglese alle colonie spagnole nel centro America, in particolare a Fori Castillo Viejo, in Nicaragua. L’incidente che gli costò un occhio era accaduto nel 1794 in Corsica, mentre il braccio destro lo perdette nella battaglia di Santa Cruz de Tenerife nel 1797 (da qui l’immagine popolare di Nelson con la manica destra infilata nella giacca), a seguito di una ferita da moschetto spagnolo. Le cronache riportano come egli non si lamentasse granché della ferita durante la battaglia, chiedendo che il braccio gli fosse amputato il più velocemente possibile per poter tornare al lavoro. Dopo mezz’ora dalla terribile operazione, stava già impartendo ordini ai suoi aiutanti. Oltre a passare alla leggenda per questa dimostrazione di coraggio e di stoicismo, nel 1797 Nelson visse uno dei suoi anni migliori. Benché il suo nome fosse già famoso all’ammiragliato, egli si conquistò una vasta risonanza popolare con la battaglia di capo San Vincenzo, sulla costa meridionale del Portogallo. Francesi e Spagnoli si erano alleati contro gli inglesi l’anno prima e le loro flotte unite erano il doppio di quella inglese. Per concretizzare la loro superiorità, dovevano riunirsi a Cadice. Mentre la flotta spagnola era in navigazione per raggiungere quella francese, a capo San Vincenzo fu intercettata da quella inglese, composta da 15 navi e comandata dall’ammiraglio John Jervis, che si trovava a bordo della Victory. Nelson in quell’occasione comandava la Caplain, che grazie a una coltre di nebbia riuscì a insinuarsi nella flotta spagnola. Nelson riferì la sua posizione all’ammiraglio, senza però riuscire a precisare il numero di navi spagnole. E quindi Jervis ordinò l’attacco senza immaginare che il numero delle navi nemiche era di gran lunga superiore a quello creduto. Fortunatamente per gli Inglesi, il comandante della flotta spagnola, l’ammiraglio Don José de Cordoba y Ramos, aveva poca esperienza, ed era impreparato a un attacco imprevisto e ben guidato. Uno dei suoi errori fu di consentire alla sua flotta di dividersi, lasciando un varco in CU i Jervis riuscì a penetrare. Dalla sua nave, Nelson era in grado di osservare In svolgersi della manovra di Jervis, e la sua era una posizione ottima anche per vedere un’eventuale richiesta di aiuto lanciata dalla Culloden, che era in difficoltà a causa di un intenso cannoneggiamento da parte degli spagnoli. Con il consueto spirito di iniziativa che lo caratterizzava, Nelson diresse impavidamente la Captala contro le navi spagnole San Nicola e San fosti, costringendole ad arrendersi. Con il calare della notte, la flotta spagnola si ritirò, dirigendosi verso Cadice, lasciando agli Inglesi quattro navi, due delle quali catturare da Nelson, Quel successo fu criticato, perché ottenuto senza il Consenso dell’ammiraglio e mettendo a rischio la sua nave e l’equipaggio, ma lui non se ne curò e anzi lasciò che il resoconto popolare alimentasse la sua fama di estrema audacia e invincibilità. A Santa Cruz de Tenerife, invece, Nelson andò incontro a un bruciante insuccesso per aver ordinato un assalto velleitario contro gli Spagnoli nel porto delle Canarie, con il risultato di rovinose perdite (tra le quali il suo braccio!), con centinaia di vittime inglesi e una tregua poco onorevole. Ma il pubblico inglese lo perdonò, emozionato dalla notizia della sua amputazione e dal suo com-portamento in battaglia, accogliendolo al ritorno in patria come un vincitore. Dell’insuccesso patito a Tenerife, Nelson si rifece nel 1798, in modo trionfale, inseguendo Napoleone in tutto il Mediterraneo, da Gibilterra a Malta, ad Alessandria d’Egitto. Il giovane e audace generale francese aveva in mente di colpire l’impero coloniale inglese conquistando l’Egitto e la Siria, in modo da interromperne i contatti commerciali con l’india. Sbarcato ad Alessandria, Napoleone riuscì a sconfiggere i Mamelucchi, che crollavano l’Egitto, ma Nelson gli distrusse completamente la flotta nella battaglia navale di Abukir, alle foci del Nilo. Mentre Napoleone, lasciato a un suo generale il comando della spedizione in Oriente, riusciva a tornare fortunosamente in Francia (dove realizzerà il colpo di stato del 18 brumaio 1799 con cui imporrà il suo poterà personale), Nelson ottenne come premio per la straordinaria impresa una baronia. Lui se ne lamentò, sostenendo che meritava almeno di essere fatto visconte, titolo che avrebbe comunque ottenuto in seguito. Ma soprattutto si trovò ad avere il pieno controllo del Mediterraneo e, per quel che riguarda l’Italia, ad appoggiare la brutale reazione monarchica contro la rivoluzione giacobina che aveva avuto luogo nel regno di Napoli (cosa che non gli fece onore, come si può vedere nel box in queste pagine). Il suo soggiorno a Napoli fu tuttavia rallegrato dalla appassionata storia d’amore con la bellissima lady Emma moglie dell’ambasciatore inglese alla corte borbonica. Emma veniva da una famiglia del popolo, da giovane era stata in un bordello, poi era diventata amante di vari personaggi dell’aristocrazia, fino ad accaparrarsi quel Lord Hainilton, molto più anziano di lei, che la sposò e se la portò a Napoli. Qui l’affascinante e spregiudicata lady inglese si conquistò ben presto il favore (i maligni dicono anche il letto) della regina Maria Carolina. Quando l’ammiraglio Nelson, fresco di gloria per la vittoria di Abukir, arrivò in città, fu lei a organizzare il ricevimento in suo onore, a cui si racconta che abbiano preso parte ben 1.800 invitati. E naturalmente non si lasciò scappare l’occasione di diventare l’amante di un eroe nazionale. Ma tutte le imprese navali e sentimentali finora compiute da Nelson si possono considerare un lungo, luminoso preludio alla decisiva battaglia di Trafalgar, combattuta nel 1805, che segnò la definitiva sconfitta sul mare della Francia e, per Napoleone, l’inevitabile rinuncia al sogno di invadere l’ Inghilterra. Questa volta Nelson era il comandante supremo della flotta inglese, non più il vice ammiraglio come a Copenaghen, e combatteva stando a bordo della nave ammiraglia Victory. Si scontrò con la flotta franco-spagnola a sud-ovest della costa iberica. Cli alleati persero 22 navi, gli Inglesi nemmeno una. In questa occasione Nelson ricorse alla tattica senza precedenti dell’attacco frontale, invece che dell’aggiramento, gettando le linee nemiche nel caos. Fu l’inizio di una scuola perché incoraggiò i capitani a improvvisare, convincendosi che nelle battaglie in mare erano fondamentali la capacità di inventare in base alle circostanze, senza schemi prefissati. Una condotta spregiudicata, basata sulla fantasia oltre che sul coraggio, che spiazzava i nemici.

La battaglia di Trafalgar fu, come si è detto, una delle più importanti vittorie navali e consolidò il dominio dell’impero inglese sul mare. Ma quel successo costi la vita a Nelson: dando ordini dal ponti proprio nel mezzo del violentissimo scontro a fuoco e dei bombardamenti – e avendo rifiutato di indossare un abito diverso per non farsi riconoscere – finì per essere colpito da un proiettile francese. Dopo aver confidato al chirurgo William Beatty: “Non mi resta molto da vivere”, l’ammiraglio morente fece chiamare il suo fido luogo tenente, Thomas Hardy a cui, secondo la tradizione, avrebbe detto: “Baciami, Hardy. Le sue ultime parole, come racconta il chirurgo Beatty, furono però: “Dio e il mio Paese”. Accompagnato da una scorta di 10.000: dati, il più celebre e amato ammiraglio inglese venne sepolto nella cattedrale di St. Pa il 9 gennaio 1806. La sua bara era stata ricavata dall’albero maestro della nave francese Orient, conquistata ad Abukir. Ce lo ricorda il nostro Foscolo, che nei suoi “Sepolcri” volle anche lui celebrare “il prode che tronca fe’ la trionfata nave del maggior pino e si scavò la bara”.

Nelson a Napoli: più brigante che eroe

Sotto il regno di Ferdinando IV di Borbone, era entrata in guerra nella coalizione anti-francese mandando un rotte esercito a combattere nei nord Italia, ma fu presto sconfina. Mentre i francesi, comandati dal generale Championnet -che aveva preso il posto di Napoleone partito per l’Egitto – scendevano a Napoli, il re con tutta la cotte era scappato a Palermo, dove era al sicuro sotto la protezione inglese. A Napoli, dopo giorni di piena anarchia con la rivolta del popolino (i Lazzaroni) presto domata dai Francesi, si impose un governo rivoluzionario che si ispirava ai principi giacobini e che diede vita alla breve me intensa primavera della Repubblica Napoletana. Ne facevano partepersonaggi illustri dell’intellettualità borghese e dell’aristocrazia illuminala: il giurista Mario Pagane, il medico Domenico Cirillo, lo storico Vincenzo Cuoco, la giornalista Eleonora Fonseca Pimentel, la nobildonna Luisa Sanfelice, resa celebre da un romanzo di Dumas. Alla neonata repubblica si oppose la Lega della Santa fede, promossa dal cardinale Fabrizio Ruffo che, passato in Calabria, raccolse un esercito di contadini e banditi e marciò su Napoli, mentre Nelson ne appoggiava l’avanzata bombardando le coste del mare.

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