Giuseppe Mazzini e il sogno dell’Unità d’italia

Giuseppe Mazzini

Giuseppe Mazzini

Giuseppe Mazzini fu un politico e letterato. Figlio di Giacomo, valente medico decorato della medaglia d’oro per il suo coraggioso comportamento durante l’epidemia colerica del 1835, ancor giovinetto mostrò una grande smania di sapere, in ciò secondato dalla madre Maria Drago e dai suoi educatori, gli abati gianseniti Luca Agostino De Scalzi e Giacomo De Gregori. Avviatosi agli studi dl medicina, li abbandonò per dedicarsi a quelli di legge; conseguì la laurea nel 1827. Già da studente subì il carcere per aver partecipato a tumulti che reclamavano la costituzione. Mentre nell’animo suo si formavano e si rafforzavano quei sentimenti che dovevano condurlo a lottare per tutta la vita a favore della libertà dell’individuo e della nazione, coltivava appassionatamente gli studi letterari dando alle stampe notevoli lavori di critica, di storia, di sociologia.

Mazzini: tra ideali, passioni e spirito rivoluzionario

Nel 1821 si iscrisse alla Carboneria diventando subito uno dei più ardenti propagandisti della vendita genovese. L’anno successivo prese a scrivere sull’Indicatore genovese articoli nettamente contrari ai classicisti. In seguito, soppresso il periodico genovese, pubblicò scritti di critica letteraria sull’Indicatore livornese del Guerrazzi. Nel 1830 la Carboneria genovese gli affidò l’incarico di far propaganda in Toscana e – durante la missione affiliò alla setta parecchie persone. Nel novembre di quell’anno fu arrestato e internato nel forte di Savona fino a gennaio dell’anno-dopo, quando fu liberato e mandato in esilio. Giunse a Ginevra che già pensava alla Costituzione della Giovine Italia, con l’animo deciso a lottare per lare la patria una, libera e repubblicana. Nel giugno indirizzò a Carlo Alberto una famosa lettera invitandolo ad assumersi la responsabilità di mettersi alla testa della lotta per l’indipendenza. A Marsiglia dettò le Istruzioni generati per gli affratellati alla Giovane Italia e fondò il periodico dell’associazione che s1 diffuse clandestinamente anche in Italia. Una volgare delazione rivelò al governo di Genova le fila della setta rivoluzionaria: Iacopo Ruffini fu arrestato e si uccise in carcere, altri furono fucilati. Costretto a trasferirsi a Ginevra proseguì nei preparativi di un’invasione della Savoia e di una insurrezione nel Napoletano. Gli insuccessi non disarmarono il suo animo, anzi lo rafforzarono nei suoi ideali rafforzarono nei suoi ideali che si fecero più vasti con la fondazione della Giovane Europa, fine che perseguì tra indicibili difficoltà e pericoli, costretto a vagabondare in città della Svizzera. Obbligato a lasciare la confederazione, si rifugiò a Londra dove si difese dalla miseria collaborando con scritti storici, letterati e politici a diversi giornali locali ma diffondendo sempre incrollabilmente l’ideale propugnato dalla Giovine Italia. Messosi in contratto con elementi italiani, fondò una scuola italiana e due periodici, l’Apostolato popolare e l’Educatore, il primo dei quali, si diffuse molto in Italia fino ad arrivare nelle mani dei fratelli Bandiera: così Attilio si mise in contatto con l’esule. Una volta salito al pontificato Pio IX, gli scrisse la lettera A Pio IX indicandogli la via da seguire per realizzare l’unificazione e la libertà in Italia; e un’altra lettera scrisse al Palermitani insorti nel gennaio del 1848. Scoppiati a Milano i moti del marzo, giunse nella città liberata, accolto con grandi feste dal governo provvisorio. Fallita la proposta di alleanza del repubblicani col re sardo, protestò pubblicamente contro l’unione della Lombardia col Piemonte e venne in aperto dissidio col governo provvisorio della Lombardia. Lasciò Milano per arruolarsi nella colonna Medici agli ordini di Garibaldi, quindi esulò a Lugano dove si vide circondato dagli esuli delusi per la cattiva condotta della guerra. Dopo altre penose peregrinazioni nella Svizzera, a Marsiglia, a Livorno, a Firenze, giunse a Roma dove era stata proclamala la repubblica. Ivi propose ancora che i repubblicani combattessero in Lombardia con le truppe piemontesi. Sciolto il Comitato esecutivo, tu nominato triuinviro e si adoperò instancabilmente ad apprestare le difese dopo l’intervento francese. Caduta Roma, riprese la via dell’esilio. Ancora sorretto da ardentissima fede continuò a diffondere la ribellione contro gli oppressori dell’Italia, dell’Ungheria, della Polonia, ma i tempi sembravano mutati o i tentativi degli oppressi fallivano. Tornò in Italia, fu in diverse città per riannodare i fili spezzati, ma o l’esule in patria aveva perduto quell’ascendente che l’aveva sorretto negli anni precedenti. Visse gli ultimi anni tra Londra e Lugano facendo furtive apparizioni a Genova e a Milano. In seguito al suo utilimo tentativo rivoluzionario in Sicilia, che non ebbe alcun seguito, denunciato da una spia, fu arrestato a internato a Gaeta. Liberato da un’amnistia, fu ancora a Roma, a Genova, a Lugano, a Londra, e infine si ridusse a Pisa accettando l’ospitalità di Giannetta Nathan Brown. La sua salma fu trasportata a Genova e seppellita a Staglieno accanto a quella della madre.

Mazzini e il desiderio dell’Unità d’Italia

Mazzini du certamente una delle più forti figure del nostro Risorgimento; la sua personalità ha tratti in comune con i mistici della politica quali apparvero specialmente nel paesi slavi (come Tovrianski). Il suo fu un destino tragico e contradditorio, legato alla sua complessa personalità: dotato di una fede incrollabile nell’unita e nell’indipendenza d’Italia, non sempre seppe essere politico, anche perché contradditorio fu pure il suo atteggiamento nei confronti delle masse operaie. Il suo insegnamento fu così forte e lasciò tali tracce, specialmente per il fascino che promanava dalla sua persona, che, si può dire, quasi tutti i maggiori uomini del Risorgimento passarono attraverso il mazzintanesimo: ma Mazzini ebbe anche la sorte dolorosa di vedere la sua opera scorrere via a rendere possibile l’opera altrui, che si realizzava politicamente. Pertanto non si può giudicare il mazzinianesimo soltanto da ciò che realizzò o non realizzò direttamente, perché l’insegnamento del Mazzini fu in realtà un elemento animatore e tempratone di quasi tutta la lotta risorgimentale, anche negli elementi che non erano direttamente legali a lui, o addirittura gli erano ostili. Molti elementi mazziniani confluirono nell’opera e nella politica di Gioberti e di Garibaldi. Senza dubbio la propaganda del Mazzini ebbe del limiti: il pensiero mazziniano non fu mal veramente popolare, perché spesso astratto, e trovò seguito specialmente fra gli studenti, gli artigiani delle città, la piccola borghesia. Mazzini sperava in una Rivoluzione di popolo nata dall’impeto nazionale con un profondo sentimento religioso: egli però non si rendeva ben conto che una parte del popolo italiano identificava la religiosità con il cattolicesimo o più ancora, con il potere temporale dei papi: in base a una suggestione che resisteva nel secoli questa parte del popolo Italiano contrapponeva sentimento nazionale e sentimento religioso cosi inteso; inoltre le masse popolari dei vari stati Italiani allora non provavano un eccessivo interesse per i miti della romanità, o del risono Libero Medioevo o della gloria del Rinascimento, miti che Mazzini propagandava e che erano accolti solo dal ceti colti. Il suo ideale democratico-repubblicano era inoltre troppo elevato perché potesse far presa sulle masse, come egli pensava: anzi egli si pose nella antitesi alla dottrina dei diritti che trovava le sue radici nella Francia rivoluzionaria. Mazzini difatti non proclamò il potere arbitrario del popolo, ma l’elevazione etica del popolo (sintetizzata dal binomio Dio e Popolo), il quale popola, per altro. egli considerava soggetto della storia ed anche mezzo attraverso cui si rivelava la divinità. Occorreva educare il popolo, redimerlo dalla servitù politica, sollevarlo dall’abbrutimento morale, economico, spirituale in cui viveva, ispirargli sentimenti di sacrificio e di abnegazione, allontanarlo dal materialismo socialista. In questo modo l’uomo politico, come educatore del popolo, avrebbe fatto la volontà di Dio; il dio di Mazzini è al di fuori di ogni religione positiva perché la storia dell’umanità non é altro che la rivelazione progressiva della provvidenza divina. Profetizzava il Mazzini la fine di un’era e l’avvento di un’altra era, che avrebbe visto una nuova religione, la religione del Progresso e l’Italia era destinata ad essere l’iniziatrice di questa nuova civiltà superiore: un’Italia diversa da quella armata che aveva come capitale la Roma del Cesari, diversa da quella teocratica avente come capitale la Roma dei papi, ma una terza Italia e un terza Roma, espressione della libertà del popoli liberamente associati e uniti insieme nel cammino verso mete più alte.

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