Diritti civili tra Parlamento e coscienza del popolo

Quando si parla di diritti civili in Italia spesso si fa riferimento a parti del diritto di famiglia che sono state modificate o dovrebbero esserle sulla base di istanze sociali. Il dibattito sulle unioni civili, l’adozione delle coppie di fatto, il riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali è molto delicato e non meriterebbe un’analisi così grezza, al di là del fatto che è molto positivo che ci siano ampie discussioni in Parlamento. Spesso però le forze politiche sono indietro rispetto alle parti sociali che pretendono di rappresentare. Il forte potere di influenza della Chiesa cattolica è molto meno che in passato, eppure oggi ci sono istanze confessionali che non si ritrovano nemmeno in alcune posizioni della Democrazia Cristiana degli anni ’50. Il motivo per cui ci siano ancora posizioni così contrarie a una impostazione laica delle istituzioni pubbliche e private, è dovuto alla fine delle ideologie, alla povertà di contenuti ideologici e dottrinali dell’attuale politica, costretta a prendere in prestito le poche idee forti rimaste, anche se queste sono assai conservatrici, retrive e in molti casi tendenti a privare i cittadini di alcuni diritti che sono riconosciuti dagli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Nel 1974, ad esempio, il principale partito cattolico europeo, in Italia al potere da quasi 30 anni allora, cioè la Democrazia Cristiana, si fece trascinare dalla Chiesa di allora (Paolo VI era il pontefice) in un’aspra lotta per l’abrogazione del divorzio. Era una pretesa antistorica nella quale però il segretario della DC Fanfani, l’uomo più potente del paese per tanti anni, aveva investito tutto il suo enorme credito politico. L’abrogazione era assurda considerando come andavano gli altri paesi e quale fosse la situazione della donna nel suo complesso; il divorzio l’aveva liberata dalla catene domestiche, creando i presupposti di una maggior libertà in una società fortemente maschilista e conservatrice come quella italiana (basti vedere i film e le commedie degli anni Sessanta e Settanta per rendersene conto). Dopo una campagna elettorale condotta soprattutto dagli abrogazionisti con toni molto esasperati, il NO all’abrogazione vinse, ottenendo una maggioranza elevata al Nord e in Sardegna, e poco sopra la maggioranza al Sud e in Trentino-Alto Adige. La vittoria del no evidenziò i profondi mutamenti che la società italiana aveva conosciuto nell’ultimo decennio e segnò l’avvio di una fase di impetuosa avanzata dei partiti di sinistra. Contro l’abrogazione si schierarono la Lega italiana per il divorzio guidata dall’onorevole Loris Fortuna (autore della legge), il Partito Comunista e quello Socialista, il Partito Radicale, il Partito Liberale e il Partito Socialdemocratico. Animarono la campagna per il Si il comitato promotore del referendum e appunto Amintore Fanfani, il più acceso sostenitore del NO insieme ai neofascisti di Almirante. Alla vittoria del fronte divorzista, nettamente superiore alle attese, contribuì anche la stampa: in favore del NO si schierarono tutti i grandi giornali, mentre la RAI fu accusata di essere a favore dell’abrogazione. Allora, come oggi, le polemiche sembrano sempre uguali, ma la società italiana, nella sua globalità, sembra rimanere incompresa dai nostri politici.

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