Comprendere l’altro: l’empatia

Conoscere l'altro: l'empatia

Conoscere l’altro, comprendere e condividere i suoi pensieri, i suoi stati d’animo, le sue azioni quotidiane non è solo una questione di mero interesse nei riguardi di un simile ma è, soprattutto, qualche cosa che ha a che vedere con la sfera psicologica dell’essere umano e – in molti casi – addirittura con quella filosofica. Da sempre, in effetti, tra i grandi interrogativi del pensiero umano c’è stato quello intorno alla possibilità – squisitamente umana – di capire e’percepire’ il prossimo mettendosi ‘nei suoi panni’, ossia (come direbbero i filosofi) guardando il mondo dal suo punto di vista.

Conoscere l'altro: l'empatia

Se ci si sofferma per un po’ ad osservare la vita degli animali e quella delle piante, ci si rende conto di quale sia la peculiarità umana e, cioè, che cosa fa sì che l’uomo sia unico, ossia uomo non equiparabile a piante ed animali. Un animale e una pianta, in effetti, vivono l’ambiente dal loro punto di vista: il mondo è ciò che hanno dinanzi a sè, e quello che loro vivono dell’ambiente non potrebbe essere in alcun caso differente da quello che hanno oggettivamente di fronte. Ciò significa che una pianta vive, cresce e muore nell’ambiente in cui è collocata e in alcun caso può ‘comprendere’ che cosa accade alle altre piante e come le altre piante vivono e percepiscono il medesimo ambiente che lei abita. Quando si parla dell’essere umano, invece, c’è qualcosa di profondamente diverso che lo riguarda, e che in qualche maniera ha a che fare con la sua stessa essenza. Ogni, uomo, in effetti, abita il mondo a partire dal proprio punto di vista, dal proprio io, e ciò significa che un uomo guarda e percepisce il mondo attorno a sè a partire dalla sua singola prospettiva. Nel momento in cui ci mettiamo di fronte ad un albero, ad esempio, quell’albero sarà l’albero ‘visto da noi’, con quella particolare sfumatura di verde nelle foglie e quella strana forma nella corteccia. Se solo la nostra prospettiva sull’albero si spostasse anche du un centimetro, quello stesso albero non sarebbe più veramente lo ‘stesso’, bensì un albero completamente nuovo, osservato da un nuovo punto di vista, che è esattamente quello che abbiamo occupato spostando la nostra prospettiva di un centimetro. In questa possibilità di acquisire infinite prospettive sul mondo, in questa capacità tutta umana di guardare e vivere l’ambiente da punti di vista infiniti consiste la vera differenza tra l’uomo, gli animali e le piante.

L’uomo nel mondo: infinite percezioni da un unico io

Così accade che per l’essere umano il mondo si riveli un posto infinitamente variegato, almeno quante sono le sue possibilità di oggettivarlo e analizzarlo. La capacità umana di percepire il mondo da punti di vista differenti è stata per moltissimi anni oggetto di analisi e di riflessioni da parte di psicologi, neuroscienziati e filosofi che per almeno mezzo secolo si sono interrogati sul senso e sulla valenza di questa capacità umana. cosa significa, esattamente, per l’uomo percepire il mondo da prospettive diverse e fin dove è possibile spingere questa percezione? E’ chiaro che quando si parla della percezione dell’albero, la questione sembra essere poco complessa: l’uomo ha dinanzi a sè un oggetto, e quell’oggetto gli si rivela diverso ogni volta che lo osserva e lo analizza da un punto prospettico differente. Ma che cosa accade, invece, quando l’uomo – anzichè avere di fronte a sè un albero o un oggetto ‘apparentemente’ inanimato ha di fronte a sè un altro uomo, un ‘alter ego’?Come si evince dalla parola stessa, alter ego, è un altro uomo, l’uomo simile all’uomo, ossia un altro che ha le medesime capacità prospettiche (e quindi infinite) di colui che lo sta osservando. E che cosa percepisce un ‘io’ riguardo un ‘altro io’? E’ chiaro che nel caso dell’oggetto inanimato come l’albero, si possono percepire le sfumature di colore, i movimenti delle foglie, la ruvidezza del tronco; quando, tuttavia, di fronte c’è un ‘altro io’, non si percepiscono più le cose meramente estetiche, ma si passa ad una percezione più profonda che è quella dei sentimenti, delle emozioni, positive o negative che siano.

Se di fronte abbiamo un uomo in lacrime, il nostro io comprenderà la sua sofferenza, la sua tristezza, il suo stato d’animo cupo e lo comprenderà perchè ha già ‘vissuto’ su se stesso la medesima tristezza, l’uguale sofferenza che ha prodotto su se stesso le lacrime e lo sconforto che ora legge sugli occhi dell’altro. Ciò vuol dure che quando un io percepisce un altro io, è ‘come se’ percepisse ‘se stesso’ nel mondo, in una fusione incondizionata di punto di vista tale per cui l’io diventa l’altro e l’altro diventa io. Ma è davvero possibile? E davvero possibile un annullamento dell’essere in funzione dell’altro essere? Quando noi siamo calati nel mondo e nella nostra percezione dell’ambiente e degli altri, possiamo capire il prossimo dal nostro punto di vista e – sempre dalla nostra esperienza personale – possiamo avere la capacità di comprendere chi ci sta intorno sulla base del nostro vissuto passato. Se quando osserviamo il volto di una persona sorridente ‘comprendiamo’ la felicità di quella persona è perchè noi stessi abbiamo vissuto quello stato d’animo e lo riconosciuamo proiettato sul viso altrui. Accade però, che quelle emozioni che vediamo negli altri alcune volte possono provocare in noi stessi le medesime sensazioni che stiamo osservando, generando in tal senso una confusione di stati d’animo, di sensazioni tale per cui non c’è più una distinzione tra ciò che proviamo noi e ciò che leggiamo nel volto della persona che abbiamo di fronte.

L’empatia nella memoria dell’essere umano

Questo è quello che i filosofi chiamano empatia, ovvero il sentire insieme, la capacità di condividere la passione, negativa o positiva che essa sia. Quando la nostra capacità di comprendere l’altro è tale per cui ci immedesimiamo in lui stesso, è ‘come se’ si annullasse la differenza tra i punti di vista, come se il punto di vista ‘mio’ all’improvviso diventasse identico al punto di vista ‘suo’, in un mescolamento che non genera affatto confusione ma solo comprensione e condivisione di stati d’animo. L’empatia è esattamente questo: è la capacità tutta quanta umana di comprendere il prossimo, di sentire ciò che lui sente, di farlo suo e di condividere il suo stato d’animo ‘come se’ quello dell’altro fosse il proprio.

La disputa intorno a quella che i filosofi hanno chiamato l’essenza dell’essere umano, e cioè l’elemento che lo distingue da animali e piante è stata oggetto di riflessione anche per gli psicologi e i neuroscienziati. In particolare, in Italia – all’inizio degli anni 90 – un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma ha effettuato una serie di esperimenti sui macachi. In realtà, l’obiettivo iniziale era quello di analizzare i comportamenti dei macachi e le loro reazioni cardiache una volta sottoposti ad una serie di esperimenti. All’Università di Parma, però, le cose andarono diversamente. I ricercatori erano guidati dal prof. Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese. Durante una pausa pranzo, uno dei ricercatori più giovani impegnò il tempo a sgranocchiare noccioline e all’improvviso alcuni dei macchinari che tenevano monitorate le scimmie iniziarono a segnare qualcosa nei monitor. Alcune aree nel cervello dei macachi si attivavano non appena il giovane ricercatore metteva le mani nella busta, prendeva le noccioline e faceva il gesto di portarle alla bocca per mangiare. In quel momento, avveniva la dimostrazione scientifica dell’empatia, ovvero la scoperta di un gruppo assolutamente sconosciuto di neuroni che si attivano nel cervello quando vediamo l’altro compiere un gesto a noi familiare o addirittura provare un’emozione a noi conosciuta. Quell’esperimento fu ripetuto numerose volte prima di diventare legge scientifica e ogni volta i neuroni si attivavano alla vista di un’azione o di un’emozione nota. Questi neuroni furono chiamati ‘specchio’ proprio perchè riflettevano nel cervello le azioni e i sentimenti che percepivano nell’altro che avevano di fronte. Ciò significa che la scienza aveva dimostrato, nei fatti, ciò che la filosofia e la psicologia avevano compreso solo ‘a parole’.

Nel momento in cui un essere umano osserva un suo simile provare un’emozione che sia essa di gioia o di dolore, i neuroni specchio (localizzati nella zona inferiore dell’ipotalamo) scaricano infinite volte a dimostrazione che ogni io non si limita semplicemente ad osservare l’altro io, ma lo ‘sente’ lo ‘introietta’ e ne ‘condivide’ a livello neuronale, e quindi emotivo, emozioni, passioni e stati d’animo. L’empatia è dunque una capacità tutta quanta umana di vivere ciò che vive l’altro, come se l’altro fosse noi.

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