1914: si chiude una fase se ne apre una nuova

grande guerra

Quando Giovanni Giolitti si dimette, oramai privo di una solida base di appoggio in Parlamento, sale in carica Antonio Salandra, un conservatore. Le agitazioni che si susseguono durante la cosiddetta “settimana rossa”, tra il 7 e il 14 giugno del 1914, danno l’idea delle nuove intenzioni del dicastero Salandra, impegnato a rimuovere quella che appare una violenta ribellione di carattere insurrezionale, in particolar modo nella Romagna e nelle Marche. Il ministero è composto così: Salandra è anche ministro degli interni, Antonio di San Giuliano è ministro degli affari esteri. L’appoggio della fazione vicina a Zanardelli ottiene i ministeri delle colonie (il paese è appena uscito dalla guerra in Libia) con Ferdinando Martini, Augusto Ciuffelli viene proposto ai lavori pubblici e di particolare importanza l’incarico conferito a Rava nel delicato settore delle finanze. Il generale Carlo Porro, a cui Salandra ha offerto inizialmente l’incarico di assumere il ministero della guerra, alla fine si tira indietro perché ha presentato un piano di 600 milioni di lire in quattro anni per le spese militari, al fine di rafforzare l’esercito. Gli italiani non lo sanno, ma con Salandra si lavora alacremente in due direzioni: staccarsi dalla Triplice Alleanza con Austria e Germania e stipulare un patto di collaborazione e vera e propria alleanza con le potenze dell’Intesa, al fine di portare a termine l’opera portata avanti col Risorgimento. L’incarico a Salandra segna anche la fine di Giolitti e della sua età.

L’età giolittiana

giolittiMinistro degli Interni già nel governo Zanardelli dal 1901 al 1902 e presidente del consiglio dei ministri fin dall’anno successivo, Giovanni Giolitti conservò la guida del governo italiano, con l’eccezione di brevi interruzioni, fino allo scoppio della Grande Guerra in Europa. E’ quindi protagonista di una fase storica e rilevante della nostra memoria collettiva, guidando con mano sapiente e non senza incontrare ostacoli, il paese in una grande trasformazione da stato a economia arretrata e principalmente rurale, in potenza industriale, almeno al Nord, in grado di reggere il confronto sulla scena diplomatica. La figura di Giolitti e l’immagine della sua epoca sono oggetto di forti controversie storiografiche e di valutazioni notevolmente divergenti. Se da una parte se ne vanta l’opera decisiva nello sviluppo industriale, il carisma e la capacità di leadership nel mantenere saldo il timone in momenti abbastanza burrascosi, da un lato si critica la scarsa capacità di penetrazione delle riforme, soprattutto al Sud, già piegato a forti interessi localistici, che Giolitti spesso utilizzava in appoggio al Governo.

Riforme e fallimento finale

Allo statista di Mondovì dunque si riconosce di avere impresso una svolta decisiva non solo alla Nazione, ma anche allo Stato e alla Pubblica Amministrazione, cioè al rapporto stato-cittadino, il primo in grado di presentarsi con una faccia diversa da quella aggressiva, culminata pochi anni prima con la spietata repressione di Bava-Beccaris. Allo stesso tempo in Giolitti si è riconosciuta la maturità di comprendere a pieno il valore storico, popolare, critico delle opposizioni, in particolare quella socialista e cattolica, che stavano formando il nucleo dei primi partiti di massa. Il riformismo di Giolitti mostrò dunque dei limiti severi nella trasformazione del Meridione, dove l’intervento governativo su larga scala, applicato nel resto del paese, risultò inefficace, iniziando a tracciare il solco che tutt’ora divide le due parti del paese in termine di sviluppo industriale, livello di occupati e tenore di vita. Nel Sud tra l’altro Giolitti si dimostrò meno accondiscendente e liberale, usando la forza fin da subito, per reprimere gli scioperi, né mise in atto una politica di concertazione in grado di far sembrare lo Stato come punto di equilibrio. All’origine della crisi del suo progetto di rimanere perno vitale, punto di moderazione tra opposti estremismi, c’è sicuramente da annoverare la svolta radicale attuata dal PSI, allora il maggior partito italiano e la prepotente ascesa – da destra – dei nazionalisti, che di fatto resero impossibile mantenere in piedi quella maggioranza di interessi particolari e moderatismi, che avevo governato per oltre un decennio.

Incombe la guerra

Quando la guerra ormai è dichiarata, a causa dell’attentato di Sarajevo contro il principe ereditario dell’Austria-Ungheria, l’Italia non si unisce alle richieste di soddisfazione dell’imperatore austriaco. Il carattere dell’alleanza è di tipo difensivo e questa clausola consente a San Giuliano e Salandra di prendere i primi contatti con i paesi dell’Intesa, in particolare Russia e Inghilterra. Già sul finire di Settembre, con le prime operazioni belliche già in essere sul fronte occidentale, dichiarata la Neutralità, i diplomatici dei quattro paesi iniziano a preparare le bozze per il successivo Patto di Londra, che prevede l’ingresso del nostro paese a fianco dell’Intesa. San Giuliano propone la stipula di un accordo globale basato sulle compensazioni territoriali. Viene in particolare individuato nello spartiacque delle Alpi il confina naturale dell’Italia e si parla delle Isole della Dalmazia e di Fiume. Rivendicazioni che saranno disattese alla fine del conflitto.

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