Il brigantaggio al Sud, una conseguenza dell’Unificazione

Già ai primi di Settembre del 1860, quando oramai Garibaldi si trovava a Salerno, in procinto di entrare trionfalmente a Napoli, ci furono le prime avvisaglie di reazione del “popolo basso”. In particolare fu interessante un episodio che capitò ad Ariano Irpino, nell’Avellinese, dove un folto gruppo di liberali rivoluzionari anti-borbonici, aveva deciso di concentrare lo sforzo contro il Re in attesa del liberatore. Coperti alle spalle dalla ritirata delle truppe regie verso la Puglia, contadini e seguaci dei Borboni attaccarono e trucidarono diverso esponenti dell’ala liberale irpina, iniziando una lotta di sangue che sarebbe diventata massima negli anni successivi. Gli storici calcolano che siano state almeno 140 le vittime di questa prima reazione contadina. Il fatto particolare è che questo fuoco appunto non si spense ad Ariano; anzi, queste bande raccogliticce si affiancarono alle truppe regolari del re, che stavano lottando a Caiazzo e Roccaromana, dando luogo ad episodi di inusitata violenza soprattutto nella provincia di Isernia, dove dovette intervenire direttamente l’esercito sabaudo. Il numero delle vittime di questi scontri, ben superiore al migliaio, diede già la misura di quanto stava per avvenire.

Il brigantaggio dopo l’Unificazione

Se l’episodio di Ariano può essere considerato come propedeutico allo sviluppo delle lotte contadine e di campagna degli anni successivi, lo si deve probabilmente ad alcuni errori nel percorso amministrativo proposto dallo stato sabaudo, nel tentativo di collegare il sud, da tempo legato alla monarchia borbonica, al nord che aveva conosciuto una stagione di fermenti rivoluzionari e liberali. La lotta dei briganti proseguì in maniera molto accesa fin oltre il 1865 e per estensione sino alla presa di Roma, costringendo il Regno a dispiegare spesso delle forze ingenti per reprimerlo (quasi un terzo degli effettivi militari a disposizione). La storiografia anche più recente ha dovuto lavorare a fondo, andando oltre la classica “visione sociale” per identificare le cause del brigantaggio, le origini e quali fossero stati gli errori dell’amministrazione. Recentemente, nel corso dei festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia, una parte della “storiografia” non ufficiale di stampo borbonico, ha provato a riproporre una visione propria della lotta dei briganti nel Mezzogiorno, vedendola come una sorta di lotta di contro-liberazione. In realtà, storici come Alessandro Barbero, intervenendo durante le trasmissioni disposte dalla RAI in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, hanno ribadito che i neo-borbonici appoggiano di fatto una visione anti-risorgimentale e pro regime che di illuminato, libero e moderato aveva ben poco.

Gli errori durante l’Unificazione

La storiografia più acuta si è comunque concentrata a determinare gli errori di fondo prima del Cavour, poi dei suoi successori nel nuovo stato unificato. Lo scioglimento dell’armata meridionale, il dover trattare con una forza errante e difficilmente controllabile come quella garibaldina, sono sicuramente all’origine del vuoto di potere creatosi nel 1861. Garibaldi certamente andava per sobillare la rivolta, ma non aveva forze sufficienti, né pretese di controllare amministrativamente un territorio che necessitava di controllo e stabilità. Nei quadri dell’esercito borbonico c’erano ufficiali di estrazione moderata, in grado di sposare la causa dell’Unificazione se gli fosse stato chiesto; lo scioglimento di questa armata di fatto consistette in una rinuncia a collaborare che doveva poi deflagrare in aperto conflitto. Una volta assoggettati i territori di fatto mancarono gli uomini adatti per governarli. In più parti, dopo aver disperso l’esercito del re di Napoli, mancarono gli elementi per governare i paesi dell’interno, che invece furono di fatto amministrati da forze lealiste e reazionarie, che funsero da base per le prime bande di contadini, che non potevano certo spostarsi sul territorio privi di linee di rifornimento. E’ comunque normale considerare questa fase di Unificazione come di assestamento. L’apporto di Garibaldi non era del tutto classificabile all’intero di un’ordinato piano di organizzazione, si faceva fatica a fidarsi del generale, che pure aveva consegnato la Sicilia al Re d’Italia. Non è nemmeno scontato che nel Sud ci fossero sufficienti forze liberali in grado di soppiantare i lealisti borbonici, come dimostra l’episodio di Ariano Irpino. Ci furono esecuzioni sommarie, repressioni di un certo vigore, talvolta delle vere e proprie stragi, ma apparve chiaro fin dal principio che gli elementi contadini lottavano non tanto per un ideale “nazionale borbonico” o “anti-nazionale”, ma approfittavano del vuoto di potere determinato dal passaggio di consegne, per vivificare le annose questioni riguardanti le condizioni di vita nelle campagne e in genere l’arretramento di gran parte delle terre su cui vivevano.

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