Il Giubileo della Nazione

Nel 2011 cadrà un anniversario che riguarda non genericamente la storia d’Italia nei 150 anni trascorsi, ma specificamente l’unità d’Italia.

L’unità di un popolo è fatta di istituzioni. Per usare una parafrasi, non si può essere uni senza istituzioni comuni. Il concetto di istituzione che qui serve non è restrittivo. Non coincide col concetto giuridico. Le istituzioni sono “stabilizzazioni” di rapporti e tensioni sociali di tutti i generi immaginabili, nelle tre grandi funzioni che fanno vivere le società umane, la funzione politica, la funzione economica e la funzione culturale. In assenza di istituzioni, la vita degli individui e dei gruppi sarebbe esposta alla totale incertezza e imprevedibilità delle azioni e reazioni reciproche. La certezza e la prevedibilità diffondono quell’elemento essenziale della vita sociale che è la fiducia e la sicurezza. Le istituzioni, ch’esse si formino spontaneamente o artificialmente, sono sempre espressione del bisogno di fiducia e sicurezza. L’unità di un gruppo sociale si misura, in estensione, sulla dimensione dei vincoli fiduciari; in profondità, sulla loro stabilità e sul grado di accettazione di cui godono. Cioè, in breve, sull’ampiezza e sulla tenuta delle sue istituzioni, sulla capacità di fare di tante terre, distinte e anche lontane, un territorio integrato; e di tanti strati sociali, diversi per interessi e cultura, un popolo.

In questo ordine di idee, parlando di istituzioni ci si riferisce a strutture sociali molto diverse tra di loro, ma tutte concettualmente legate all’idea essenziale della stabilizzazione dei rapporti sociali: consuetudini e tradizioni, codici di condotta vigenti in tutti i campi dell’agire e del comunicare umano, costituzioni, leggi, diritti. Dalle regole si passa agli “istituti” sociali che le regole configurano, come la famiglia, le chiese, i partiti, i sindacati, l’impresa, il mercato, la scuola, l’ospedale, l’esercito, le organizzazioni sportive, ecc. Con un’ulteriore estensione, poi, si giunge a definire istituzioni le organizzazioni alle quali è demandato ed è riconosciuto il compito di stabilire quelle regole e a configurare quegli istituti, provvedendo alla garanzia della loro efficacia, parlamenti, governi, magistrature d’ogni genere, con le loro procedure di formazione e di funzionamento: in una parola, lo Stato.

Se si assume come parametro l’aspetto istituzionale della vicenda unitaria, ne derivano alcuni corollari in termini di coerenza o meno delle varie iniziative con l’oggetto delle celebrazioni. Sembra, ad esempio, che le proposte incentrate su singoli episodi o personaggi, o luoghi geografici (spedizione di Mille, “viaggi” nella storia locale italiana, ritratti di statisti e artisti eminenti, “luoghi della memoria”, targhe e monumenti riscoperti e ripuliti, capitali d’Italia, realtà locali e regionali, ecc.); la raccolta di dati e informazioni storiche e la loro “messa in rete”; la programmazione di spettacoli musicali, teatrali, cinematografici e televisivi, eccetera, in tanto possono considerarsi funzionali alle celebrazioni in quanto riescano a rendere palese, pur nella loro rappresentazione parziale, il fatto di essere elementi del quadro d’insieme che le celebrazioni stesse vogliono tracciare. Se non riflettono questo carattere, o se sono pensate indipendentemente da questo quadro di riferimento, potranno certamente avere valore ad altri fini, o al fine generico della “storia d’Italia” e dei suoi luoghi, ma non certo ai fini celebrativi della “unità d’Italia”.

La stessa cosa vale per le proposte relative alle lingue – e ai dialetti – parlati nel nostro Paese. La lingua è certamente una delle istituzioni sociali più importanti. Ma la lingua unisce e le lingue possono dividere. La valorizzazione delle lingue particolari è certamente di per sé un fatto positivo dal punto di vista della salvaguardia delle culture locali, ma non lo è necessariamente, di per sé, dal punto di vista del contributo alla formazione di quella istituzione comune che è la lingua nazionale, quella italiana. È un fatto positivo se serve alla pluralità nell’unità; non ha invece alcuna relazione con le celebrazioni dell’Unità d’Italia, è anzi controproducente, se si riduce alla pura e semplice coltivazione di culture locali chiuse in sé, a vocazione folkloristica.

L’idea d’Italia come nazione si è formata nel corso dei secoli, assai prima della sua unificazione politica. Questo vale essenzialmente per le sue istituzioni culturali. Il tanto di unità che caratterizza la lingua, l’arte, la letteratura, la civiltà italiana in genere, ha fatto del nostro Paese un’espressione spirituale dotata di una sua individualità onde, ad esempio, Erasmo, per potersi accreditare presso le Accademie “d’Italia”, passò a Torino per prendersi un dottorato in teologia; Caterina de’ Medici, alla Corte di Francia, era “l’italiana”, e i grandi spiriti, dal Rinascimento in poi, avevano la consapevolezza di compiere “viaggi in Italia” e non in questa o quell’altra sua regione, anche quando mancava l’unità politica, un’unità che, ai loro occhi, poteva perfino sembrare superflua se non, talora, dannosa.

Quest’atteggiamento era tuttavia proprio di una ristretta élite. Non corrispondeva alla realtà di un popolo, in tutti i suoi strati sociali. L’unificazione politica è stata per l’appunto la condizione per un’azione rivolta a fare dell’Italia una realtà non d’élite ma di popolo tutt’intero. E di fatto quel tanto che si è realizzato per formare un popolo, e quindi una nazione in senso pieno, accanto agli altri popoli e alle altre nazioni europee, si è reso possibile solo con l’unificazione politica e le sue istituzioni. Come si siano “formati gli italiani”, dopo “avere fatta l’Italia” è una questione che ha a che vedere con “istituzioni”: la scuola, la leva obbligatoria, l’informazione e la propaganda, perfino la guerra. Senza istituzioni unitarie, non sarebbe stato possibile. Proprio questo sembra un aspetto irrinunciabile delle celebrazioni del 2011, in quanto celebrazioni dei 150 anni unitari. Questo dato temporale si riferisce alle istituzioni politiche, primariamente. Primariamente, anche se non esclusivamente.

Sono queste istituzioni che hanno operato – bene o male, è un problema che, in questa prospettiva, viene secondo – per la promozione di uno spirito di appartenenza nazionale che, in assenza, sarebbe stato patrimonio esclusivo di classi sociali ristrette. La celebrazioni del 1961 hanno sottorappresentato questo aspetto, concentrando l’attenzione sull’Italia come potenza economica, nel pieno del suo cosiddetto “miracolo” industriale.

Nel 1911, le celebrazioni vollero mostrare agli Italiani e all’Europa un Paese in sviluppo, che ambiva a un ruolo di potenza internazionale, fedele a Casa Savoia. C’è ora uno vuoto da riempire, tenendo conto delle trasformazioni profonde che, in centocinquanta anni di vita politica unitaria, si sono determinate: dalla monarchia alla repubblica; dall’oligarchia liberale del suffragio limitato alla democrazia aperta a tutte le classi sociali; dallo Stato centralizzato alle autonomie territoriali, al federalismo; dalla emarginazione delle donne dalla vita pubblica e sociale alla loro partecipazione; dai diritti di libertà ai diritti sociali, la salute, il lavoro, l’istruzione; dallo Stato-guardiano allo Stato del benessere; dai partiti d’opinione ai partiti burocratici; dalla separazione società-Stato alla “nazionalizzazione delle masse”, allo Stato pluralista; dallo Stato confessionale alla laicità dello Stato.

Un punto d’arrivo è rappresentato dalla Costituzione, che è quasi un documento riassuntivo di questo percorso che, a pieno titolo, anzi in posizione emergente, ha collocato il nostro Paese in quel movimento, ormai di dimensione cosmopolitica, che è il costituzionalismo del nostro tempo. Sotto questo profilo, nelle celebrazioni del 2011 la Costituzione viene in rilievo non tanto ai fini dell’illustrazione dei suoi contenuti giuridici, ma come momento, da valorizzare, di composizione unitaria del nostro Paese, dopo le grandi fratture del fascismo e della guerra di liberazione. Ma la Costituzione è anche il punto di partenza degli sviluppi che attendono al varco il nostro Paese e ne mettono a prova la tenuta unitaria. Basti pensare alle tensioni come quelle tra l’integrazione sovra-nazionale e, insieme, la disgregazione sub-nazionale; l’apertura verso comunità di matrice culturale diversa da quelle italiane storiche e, insieme, la difesa di queste ultime dalla “contaminazione” da parte delle nuove.

Tutto questo ha a che vedere direttamente con le istituzioni e, tramite le istituzioni, con il modo di vivere oggi l’unità, cioè l’identità, della nazione. Una celebrazione, quale che ne sia l’oggetto celebrato, non può limitarsi a essere una pura e semplice fotografia, ma è necessariamente un’interpretazione e deve suggerire un’idea d’insieme (del resto, anche le fotografie sono sempre prese da un certo punto di vista). Deve trasmettere “simboli”, cioè, etimologicamente, deliberazioni o volontà comuni o che accomunano.

Le celebrazioni dell’unità del 1911 e del 1961 un’interpretazione e un’idea, come s’è detto, le avevano. Anche le celebrazioni del 2011 non potranno farne a meno. In assenza, le manifestazioni del centocinquantenario sarebbero vuote di contenuto e solo rituali. I cittadini sarebbero legittimati a domandarsi, al di là delle ricordanze del passato, che cosa oggi si intende effettivamente celebrare, cioè valorizzare, problematizzare, proporre. In una parola: ci si chiederebbe a buon diritto in che genere di unità ci si dovrebbe coinvolgere, che non sia una semplice, acritica, retorica e strumentalizzabile “italianità”, che inevitabilmente finirebbe o per afflosciarsi su se stessa o per sconfinare nel nazionalismo.

Il Programma presentato dal ministro Bondi è essenzialmente l’indicazione di una ricca serie di iniziative, tendenzialmente rivolta a una rilevazione retrospettiva di fatti, eventi, figure della storia d’Italia. Esse, alla luce di quanto precede, potrebbero dunque opportunamente essere integrate in un’attenzione specifica alle istituzioni, in generale, e a quelle politiche, in particolare. La gran parte dei maggiori problemi di tenuta unitaria del nostro Paese e la qualità di tale tenuta dipendono, nel bene e nel male, dalle istituzioni politiche e dai loro problemi. La stessa percezione della nostra identità dipende dal grado di diffusione e di solidità di una cultura istituzionale.

Per quanto riguarda l’attuazione di un programma celebrativo, tanto più in quanto esso sia aperto alle tematiche istituzionali sopra indicate, sembra evidente che al Governo spetti la determinazione, in generale, dei temi, delle prospettive e della tipologia delle iniziative (convegni, seminari, pubblicazioni, spettacoli: eccetera) che costituiscono l’ideazione del programma celebrativo, oltre all’importantissima funzione di coordinamento tra quanto è promosso dal Governo stesso e quanto è promosso spontaneamente da enti della più varia natura, su tutto il territorio. Non gli spetta, naturalmente, la determinazione dei contenuti culturali di tali iniziative che non possono essere subordinati a un indirizzo politico, quale che esso sia.

Sembra, altrettanto naturalmente, che nella messa in opera delle celebrazioni debbano essere coinvolte le istituzioni culturali vicine, per loro vocazione, alle tematiche prescelte per le celebrazioni, come l’Accademia nazionale dei lincei, l’Istituto per l’Enciclopedia italiana, le nostre numerose e prestigiose Accademie, gli Istituti storici, le Deputazioni di storia patria, gli Archivi di Stato, i Musei e, non certo ultime, le Università degli studi. Di questi soggetti dovrebbe essere recuperata almeno una parte dei progetti a suo tempo da loro presentati.

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