cavourLe decisioni principali preso dal nuovo stato unitario nel 1861 e negli anni seguenti furono improntate a una politica di accentramento, voluto dai governi della Destra storica, di ispirazione chiaramente francese. I problemi che Cavour e i suoi successori dovevano affrontare erano a dir poco spaventosi. L’Italia non mancava solo di identità culturale e storica, come puntualmente aveva precisato Massimo D’Azeglio, ma c’erano tali e tante differenze tra le regioni annesse, che l’intero percorso unitario può essere considerato un capolavoro, se andiamo a vedere le realizzazioni compiute dal 1861 alla fine dell’era giolittiana. Nel campo dei lavori pubblici, un settore indice dell’attività statale nelle infrastrutture, il nuovo stato mancava praticamente di tutto: non c’erano strade, ponti, ferrovie, ospedali, scuole, acquedotti. Ci sono cifre che spiegano più di ogni altra parola questa situazione: nel solo Regno di Napoli, molto popoloso, su 1800 comuni 1600 erano privi di comunicazione tra di loro. Come si poteva pensare di governare in questo modo? Nell’anno dell’Unificazione in Italia c’erano complessivamente 1760 km di ferrovia contro i 22.000 della Francia e i 33.000 dell’Inghilterra. Di questi solo 217 erano situati nel Meridione d’Italia, da qui si capisce come il divario, già allora esistente, era destinato ad aumentare.

La legge Casati sull’istruzione obbligatoria

L’analfabetismo era stato un problema cronico per tutto il periodo della restaurazione e del Risorgimento. Non deve ingannare che i moti risorgimentali fossero stati portati avanti da giovani istruiti, il 78% dell’intera popolazione era praticamente analfabeta, con una percentuale che saliva al 90% nei territori del vecchio Regno di Napoli. Qui la colpa era stata dei regnanti borbonici, con un piano deliberato di mancata istruzione, per mantenere il popolo sotto controllo durante i tormentati decenni dell’era post-napoleonica. La famosa “legge Casati”, chiamata così per il nome del suo proponente, il ministro Gabrio Casati, stabiliva finalmente l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita per almeno i primi due anni. Le spese erano a carico dei Comuni, ma proprio per le difficoltà finanziarie all’inizio la legge fu difficile da applicare.

Lo stato penoso di agricoltura e industria

agricolturaIn quegli anni l’Italia era ancora un paese prevalentemente agricolo, tranne casi sporadici, la rivoluzione industriale non si era ancora affacciata, come dimostra il dato delle ferrovie. Ma anche l’agricoltura, l’attività economica di sussistenza prevalente, non se la passava bene. La proprietà nell’Italia centro-meridionale era quasi tutta costituita da latifondo, che spesso lasciare ampie zone coltivabili prive di coltura, c’era un totale disinteresse nelle rotazioni e nelle innovazioni che pure in stati più industrializzati erano state introdotte. La produzione era tale che la maggior parte dei lavoratori delle campagne, favoriva rapporti di lavoro desueti, improntati allo sfruttamento, come la mezzadria. Migliore appariva la situazione nel centro-nord, anche per la presenza di terreni più facilmente coltivabili e per maggior disponibilità di acqua. In generale la produzione era bassa, bisognava non solo elevare il tenore di vita degli occupati nel settore agraria, ma anche introdurre dei perfezionamenti che eliminassero il ricorso all’acquisto sul mercato estero, di beni di prima necessità come lo zucchero, i grassi, la carne e il grano. Per questo motivo, il più grosso problema sociale era dato dall’elevazione morale e materiale della massa di contadini, che prima o poi doveva comportare problemi di ordine pubblico. Allo stesso modo era praticamente inesistente l’industria: non c’era capacità di sviluppo, possesso di saperi e capitali adatti per farla sviluppare. Mancavano inoltre le fondamentali materie prime, quali il carbone, il ferro e la manodopera specializzata nell’uso di macchinari che peraltro dovevano essere importati dall’estero. Maggiori difficoltà poi comportò l’abolizione delle barriere doganali interne, che esistevano fino alla frammentazione del suolo italiano in tanti staterelli ognuno con moneta e sistemi di misura propri, che dovevano essere allineati. Questa eliminazione repentina causò la rovina di molte delle poche attività fiorenti che erano nel sud Italia, aumentando ancora di più il divario nord-sud.

La condizione sociale: malattie e poche case

casediroccateNé migliore era la condizione sociale dei cittadini: a livello sanitario c’era molta miseria, mancavano le strutture adeguate e si diffondevano malattie dovute all’indigenza, come la pellagra, tipica di una dieta particolarmente povera dal punto di vista delle vitamine o la malaria, contratta in zone particolarmente insalubri e paludose, del tutto abbandonate e sulle quali lo stato sembrava aver rinunciato a rivendicare anche solo la proprietà. Grave era poi la situazione delle acque e delle condutture, che portavano a malattie infettive particolarmente aggressive come il colera e il tifo, che ogni po’ di anni comparivano e sterminavano numerose vite, senza che si facesse veramente qualcosa per fermare le epidemie. Nel 150° anniversario dell’Unità gli italiani potevano dire di essere al 90% circa proprietari di casa, ma non era così centocinquanta anni prima: le cosa erano spesso malsane e comunque insufficienti, spesso abitate in centri storici arroccati, invivibili, privi del più elementare decoro pubblico. Molte erano le famiglie che dormivano fuori, in strada, in caverne, in cantine. Infine la condizione finanziaria del nuovo stato era disastrosa, le casse languivano e non c’era alcuna reale possibilità di investire pubblicamente in opere pubbliche. Non deve pertanto meravigliare che nel ventennio successivo all’unificazione l’Italia conoscesse una stasi demografica, fatto che non si ripeterà mai più nella nostra storia successiva.